giovedì, Settembre 17, 2026

VIOLAZIONE DEL DIRITTO DI SCIOPERO NELLA SCUOLA PUBBLICA

Alcune docenti di Bologna si erano rivolte ai Cobas Scuola perché la D.S. aveva cercato di intimorirle in occasione dello sciopero del 3 ottobre 2025 e il Tribunale del Lavoro nel mese di luglio scorso l’ha condannata per comportamento antisindacale meritorio di censura e al pagamento delle spese processuali.

Negli ultimi tempi, il passaggio dalla tentazione autoritaria a condotte effettive sembrerebbe non riguardare solo i dirigenti scolastici, ma anche persone preposte a svolgere ruoli che vengono percepiti come indiscutibili nell’esercizio di un’attività o funzione. Molti docenti di ogni ordine e grado, in sede sindacale o privata, lamentano la difficoltà di doversi relazionare con uno staff dirigenziale che non viene messo in discussione dal vertice piramidale, uno staff sempre meno disposto all’ascolto e al dialogo con i colleghi, se non addirittura maldisposto in modo evidente con attuazione di decisioni non negoziabili e poco trasparenti.

Data una simile situazione, è chiaro che oggi è concreto, per un docente, il timore di esporsi: esporre un’opinione pubblicamente, dare un giudizio critico o manifestare dissenso rispetto alla volontà della cerchia dirigenziale.

Tuttavia, il caso che appare interessante confrontare riguarda la figura dell’osservatore esterno preposto dall’Ente di Ricerca INVALSI, che dipende in parte dal MIM e che ha una propria autonomia amministrativa e finanziaria, ma sempre sotto vigilanza del MIM e del MUR. La vicenda è accaduta durante la somministrazione delle prove INVALSI in un plesso di scuola primaria di un IC di Firenze.

Una docente, individuata dal DS come somministratrice delle prove INVALSI di Italiano su una classe campione di quinta elementare, decide di aderire allo sciopero di funzione proclamato da alcune sigle del Sindacalismo di Base (CUB- SGB).

Com’è noto, lo sciopero delle attività funzionali o aggiuntive è una forma di sciopero riconosciuta e legittima, a patto che sia regolarmente proclamata da un sindacato nel rispetto delle procedure sui servizi pubblici essenziali (Legge 146/1990).

È noto altresì che l’articolo 40 della Costituzione tutela lo sciopero come diritto individuale del lavoratore e che i test INVALSI nella scuola primaria non rientrano nei servizi pubblici essenziali. Il loro mancato svolgimento, per assenza dell’alunno o indisposizione, non pregiudica in alcun modo la valutazione scolastica interna di un bambino. Tantomeno queste prove, nella scuola primaria, vanno recuperate in altra data poiché non sono propedeutiche a nessun esame o al passaggio a classe successiva.

Quando alcune classi (seconde e quinte) di un Istituto Comprensivo vengono individuate dall’Ente INVALSI come classi campione, è prevista la presenza di un osservatore esterno che sia di supporto operativo e che verifichi che le prove seguano le regole nazionali, senza variazioni. In casi eccezionali, l’osservatore esterno può anche svolgere il ruolo di somministratore, ma solo se l’Istituto di riferimento non può più garantire quello che aveva individuato in precedenza, ad esempio per improvvisa malattia del docente somministratore o per altro lecito motivo.

Contro anche ogni principio di buon senso è la sostituzione della docente scioperante da parte dell’osservatore esterno INVALSI che somministra le prove ritenendo di avere completa autonomia decisionale che deriverebbe, a suo dire, dall’Ente per il quale in quella circostanza stava svolgendo la funzione specifica.

Regole e vincoli esistono, anche per questa figura, così come esistono per tutte le figure istituzionali che operano in abito educativo e non. L’osservatore avrebbe dovuto attenersi unicamente alle funzioni previste dal protocollo INVALSI senza assumere ruoli di sostituzione d’ufficio o di didattica.

Ci sarebbe da domandarsi come fatti del genere possano verificarsi nell’ambiente educativo e di apprendimento per antonomasia, fondato su dialogo e reciprocità, quale è considerato essere la scuola. La risposta potrebbe trovarsi nella lenta ma incisiva prassi tendente all’autoritarismo alla quale stiamo assistendo negli ultimi anni.

La scuola pubblica dei tempi recenti attraversa una fase di profonda trasformazione strutturale e culturale, segnata dal passaggio da un modello tradizionale a una visione sempre più orientata all’efficienza e all’integrazione con il mondo produttivo. Questo cambiamento ha acceso un intenso dibattito tra chi ne valorizza la modernizzazione e chi ne denuncia la perdita della funzione democratica originaria.

La logica aziendale ed economicistica ormai prevalente assimila l’istituto scolastico ad un’azienda consolidando concetti come il merito competitivo e la gestione manageriale a discapito di reale inclusione, dialogo costruttivo e riduzione concreta delle diseguaglianze. Nonostante le belle parole e le buone intenzioni di alcuni, appare evidente che la scuola oggi va in direzione di un autoritarismo verticistico che si configura come una gestione del potere in cui le decisioni partono esclusivamente dall’alto, senza dialogo o confronto produttivo con la base, un potere che dovrebbe invece derivare dal consenso e dalla sentita approvazione dell’intera comunità scolastica.

Daniela Calvino

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