giovedì, Settembre 17, 2026

DA 18 A 24 ORE: MENO LAVORO PER I PRECARI E RISCHIO PER TUTTI I DOCENTI

Mentre migliaia di precari aspettano ogni anno una supplenza per lavorare,
accumulare servizio e punteggio e sperare, prima o poi, nella stabilizzazione, il Ministero interviene sulla gestione degli spezzoni rafforzando la possibilità di attribuire fino a sei ore aggiuntive a chi possiede già una cattedra completa. È uno degli effetti più discutibili delle disposizioni introdotte per l’a.s. 2026/27 dall’O.M. n. 27 del 16 febbraio 2026 e dalle successive note MIM n. 11814 del 6 maggio e n. 16054 del 19 giugno.
La questione potrebbe sembrare tecnica, ma non lo è. Uno spezzone assegnato come eccedenza a un docente già titolare di 18 ore è uno spezzone che non arriverà alle successive operazioni e, una volta definitivamente attribuito, non potrà trasformarsi in un incarico per un
precario. Per chi vive di supplenze quelle ore non significano soltanto avere uno stipendio: significano avere un servizio, un punteggio, un avanzamento nelle graduatorie e maggiori possibilità di ottenere altri incarichi e, infine, la stabilizzazione.

La possibilità di attribuire ore eccedenti non nasce nel 2026. L’art. 22,
comma 4, della legge 448/2001 consente da tempo l’attribuzione degli
spezzoni pari o inferiori a sei ore che non concorrano alla costituzione di
cattedre o posti orario. Per l’a.s. 2025/26 la nota MIM n. 157048 del 9
luglio 2025 ne disciplinava l’assegnazione entro il limite delle 24 ore
settimanali, prevedendo prioritariamente il completamento del personale a
tempo determinato.

Ma per il nuovo a.s. cambia soprattutto la tempistica. L’O.M. 27/2026
introduce una ricognizione preventiva della disponibilità dei docenti a
tempo indeterminato ad assumere ore aggiuntive. Entro il 15 luglio le
scuole hanno acquisito la disponibilità dei docenti di ruolo, compresi
quelli trasferiti in ingresso, ad arrivare fino a 24 ore settimanali; entro
il 20 luglio tali disponibilità sono state comunicate agli Uffici
territoriali.

Ed è qui che emerge il punto politico: perché organizzare già a luglio
l’assorbimento interno di ore mentre il sistema deve ancora completare
tutte le operazioni che precedono le supplenze? Tra queste ci sono anche utilizzazioni e assegnazioni provvisorie. Non si tratta di contrapporre il diritto alla mobilità dei docenti di ruolo alla possibilità dei precari di lavorare. Sono fasi diverse e successive dello
stesso sistema. Le ore devono essere utilizzate secondo il loro ordine
naturale: prima per costituire posti e cattedre e per le operazioni di
mobilità annuale previste dalla normativa, poi per gli incarichi a tempo
determinato e il completamento dei precari. Soltanto ciò che resta
realmente residuale dovrebbe trasformarsi in lavoro aggiuntivo per chi
possiede già una cattedra completa.

Le assegnazioni provvisorie, del resto, riguardano spesso lavoratori che
hanno accettato il ruolo lontano dalla propria residenza, anche attraverso
i recenti concorsi PNRR, e cercano di ricongiungersi alla famiglia.
Difendere la piena disponibilità delle ore nelle diverse fasi non significa
sottrarle ai precari: significa contestare un sistema che tende a
concentrare il lavoro su chi è già a tempo pieno anziché utilizzare fino in
fondo le disponibilità esistenti.

Ma c’è una questione ancora più generale, che dovrebbe interessare tutti i
docenti. Normalizzare il passaggio dalle 18 alle 20, 22 o 24 ore significa abituare
progressivamente il sistema scolastico all’idea che un docente possa
sostenere ordinariamente un carico frontale molto superiore alle attuali 18
ore. Oggi le ore eccedenti sono volontarie e retribuite. Non esiste una norma
che porti obbligatoriamente l’orario dei docenti della secondaria da 18 a
24 ore, ed è corretto precisarlo. Ma proprio per questo occorre
interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo.

Se diventa normale che migliaia di docenti insegnino 20, 22 o 24 ore alla
settimana, quanto tempo occorrerà perché qualcuno sostenga che 18 ore siano
poche? È un rischio che il mondo della scuola non dovrebbe sottovalutare. Ciò che
oggi viene presentato come volontario e incentivato può contribuire nel
tempo a modificare la percezione di quello che costituisce un carico di
lavoro “normale”, fino a preparare il terreno per un futuro aumento
dell’orario obbligatorio, magari senza un corrispondente aumento
retributivo.

Perché 24 ore di insegnamento non sono 24 ore di lavoro. Alle lezioni si
aggiungono preparazione, verifiche e correzioni, consigli di classe,
collegi, dipartimenti, colloqui con le famiglie, formazione, progetti e un
carico burocratico sempre crescente. La risposta non può essere lavorare di più mentre altri insegnanti non lavorano affatto.

Per i COBAS la direzione dovrebbe essere opposta: utilizzare tutte le ore
per costituire posti e cattedre, garantire le operazioni di mobilità
annuale e offrire ai precari il maggior numero possibile di incarichi e
completamenti. Solo gli spezzoni realmente residuali dovrebbero diventare
ore eccedenti. Difendere le 18 ore significa quindi difendere due principi che non sono in
contraddizione: distribuire il lavoro per ampliare l’occupazione e impedire
l’aumento progressivo del carico individuale. Ogni ora assorbita da chi possiede già una cattedra completa può essere un’occasione di lavoro e di punteggio in meno per un precario. E ogni docente che oggi considera conveniente arrivare volontariamente a 24 ore
dovrebbe chiedersi quale modello di scuola stiamo costruendo.

Daniela Perrone

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