Come Organizzazione Sindacale riteniamo necessario riportare il dibattito sui contratti della scuola alla realtĆ quotidiana di lavoratrici e lavoratori. Gli annunci sugli aumenti stipendiali, sulle risorse stanziate e sui rinnovi contrattuali non possono essere valutati soltanto attraverso gli aumenti indicati nelle tabelle. Il punto decisivo ĆØ un altro: quanto ĆØ realmente aumentato il potere dāacquisto di docenti e personale ATA? Quanto ĆØ stato recuperato rispetto allāinflazione? Quale trattamento economico e giuridico viene garantito a chi lavora nella scuola con un contratto a tempo determinato?
La risposta, purtroppo, ĆØ chiarissima: i rinnovi contrattuali degli ultimi decenni non hanno determinato un recupero del potere dāacquisto perso e gli ultimi due CCNL non rappresentano quella svolta salariale che il personale della scuola si aspettava.
Il CCNL del comparto Istruzione e Ricerca relativo al periodo 2022-2024 ĆØ stato sottoscritto definitivamente il 23 dicembre 2025 e ha previsto incrementi retributivi complessivi pari a circa il 6%. Nello stesso periodo, tuttavia, lāinflazione ha raggiunto il 17%, determinando una perdita significativa del potere dāacquisto delle lavoratrici e dei lavoratori del comparto dellā11%.
A distanza di pochi mesi ĆØ stata sottoscritta lāipotesi di CCNL al triennio 2025-2027. Lāipotesi di CCNL ĆØ stata sottoscritta il 1° aprile 2026, mentre il contratto ĆØ stato firmato definitivamente il 1° luglio 2026.
Anche questo rinnovo ha previsto aumenti retributivi nellāordine di circa il 6%, che non tiene minimamente conto della perdita del potere dāacquisto accumulata nel precedente triennio con il CCNL 2022-2024. Di fatto, gli incrementi si limitano ad allinearsi alle stime dellāinflazione previste per il periodo contrattuale, senza alcun recupero del divario salariale giĆ maturato.
Si tratta di una scelta che desta forti preoccupazioni, anche perchĆ© numerosi istituti di analisi economica delineano uno scenario decisamente più critico rispetto alle previsioni ufficiali. LāinstabilitĆ internazionale, aggravata dai conflitti in corso e dalle tensioni geopolitiche, continua infatti ad alimentare il rischio di una nuova crescita dei prezzi dellāenergia, dei beni di consumo e dei servizi essenziali.
Nonostante ciò, i sindacati firmatari parlano di un risultato storico, enfatizzando soprattutto la rapidità con cui sono stati conclusi gli ultimi due rinnovi contrattuali, volendo far percepire la velocità come un valore in sé, indipendentemente dai contenuti. La domanda è di una semplicità disarmante: quanto rimane realmente nelle tasche dei lavoratori dopo aver pagato affitti, mutui, bollette, alimentari, trasporti, sanità e tutti gli altri costi della vita?
La scuola italiana continua a essere sostenuta da lavoratrici e lavoratori che svolgono funzioni essenziali, ma ai quali viene riconosciuta una retribuzione che non corrisponde né alla responsabilità né alla complessità del lavoro svolto.
Precari: stesso lavoro, meno diritti.
Accanto alla questione salariale esiste unāaltra enorme ingiustizia: la disparitĆ di trattamento economico e giuridico tra personale di ruolo e personale precario.
Nella scuola italiana centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, docenti e ATA, con contratti a termine, svolgono ogni giorno le medesime funzioni, ma continuano a essere sottoposti a una condizione di precarietĆ che produce conseguenze economiche e giuridiche piuttosto pesanti.
La precarietĆ non ĆØ soltanto l’incertezza sulla conferma dell’incarico dell’anno successivo. Significa difficoltĆ nel programmare serenamente la propria vita, cambi di scuola continui, periodi di disoccupazione e una condizione di permanente ricattabilitĆ .
Inoltre, i lavoratori precari, soprattutto quando accumulano periodi discontinui di servizio, rischiano di costruire una posizione previdenziale più debole proprio perchĆ© il sistema pensionistico collega strettamente lāimporto ai contributi effettivamente versati. Ć una contraddizione enorme: lo Stato utilizza per anni il lavoro di una persona, ma non le garantisce la stessa stabilitĆ economica riconosciuta al personale di ruolo. A paritĆ di lavoro devono corrispondere paritĆ di trattamento economico e giuridico.
La pensione: altro volto dellāimpoverimento.
La questione salariale non finisce con lāultima busta paga. Al contrario, ciò che accade durante la vita lavorativa produce conseguenze dirette sulla pensione.
Il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo ha modificato radicalmente il calcolo con il quale viene determinato lāassegno pensionistico.
Fino al 31 dicembre 1995 il sistema pensionistico pubblico italiano era fondato sul sistema retributivo. Lāimporto della pensione veniva determinato prendendo come riferimento la retribuzione percepita dal lavoratore negli ultimi cinque anni di attivitĆ , tenendo conto della progressione economica maturata nel corso della carriera. In questo modo, il trattamento pensionistico risultava strettamente collegato allāultima fase della vita lavorativa e garantiva un assegno pensionistico simile allāultima retribuzione percepita.
Un cambiamento radicale ĆØ intervenuto con la cosiddetta riforma Dini, introdotta dalla legge n. 335 del 1995. La riforma ha avviato il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, applicandolo inizialmente ai lavoratori privi di anzianitĆ contributiva alla data del 1° gennaio 1996 e prevedendone progressivamente lāestensione anche a coloro che erano giĆ in servizio. La logica del calcolo pensionistico ĆØ stata cosƬ profondamente modificata: non ĆØ più la retribuzione al termine della carriera a determinare lāimporto della pensione, ma lāammontare dei contributi accreditati durante lāintero percorso lavorativo.
Il risultato ĆØ evidente: il sistema contributivo determina, mediamente, pensioni inferiori del 30ā35% rispetto al precedente sistema retributivo.
Non solo: con il sistema contributivo, al momento del pensionamento, il lavoratore avrĆ diritto al TFR anzichĆ© al TFS, con una differenza economica sostanziale. Nel TFS, infatti, la liquidazione lorda viene calcolata sullā80% dellāultima retribuzione utile per ogni anno di servizio; il TFR, invece, viene determinato sulla base degli accantonamenti effettuati nel corso della carriera e, di conseguenza, può risultare significativamente inferiore, arrivando in molti casi a meno del 50% dellāultima retribuzione.
Unāulteriore e decisiva accelerazione ĆØ arrivata con la cosiddetta riforma Fornero, introdotta dal decreto-legge n. 201 del 2011, convertito nella legge n. 214 del 2011. Dal 2012 il metodo contributivo ĆØ stato esteso anche ai lavoratori che precedentemente beneficiavano del sistema retributivo, sia pure secondo le regole previste per la parte di carriera maturata anteriormente. Contemporaneamente sono stati innalzati in maniera significativa i requisiti per lāaccesso alla pensione e sono state fortemente ridotte le possibilitĆ di uscita anticipata e flessibile dal lavoro.
Le più recenti disposizioni governative hanno ulteriormente aumentato i requisiti pensionistici. In particolare, un aumento dellāetĆ e dellāanzianitĆ contributiva necessarie per il pensionamento. A partire dal 2027, secondo i requisiti indicati, la pensione di vecchiaia richiede 67 anni e un mese di etĆ , mentre per lāaccesso alla pensione anticipata sono necessari 42 anni e 11 mesi di contribuzione per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Dal 2028 i requisiti sono destinati a salire ulteriormente: 67 anni e tre mesi per la pensione di vecchiaia e, per la pensione anticipata, 43 anni e un mese di contribuzione per gli uomini e 42 anni e un mese per le donne.
La questione previdenziale non può quindi essere considerata separatamente da quella salariale e contrattuale: salari insufficienti, perdita del potere dāacquisto, precarietĆ e carriere discontinue producono inevitabilmente effetti negativi anche sullāimporto della pensione futura.
Per questa ragione, la rivendicazione del diritto a una pensione dignitosa deve tornare al centro dellāiniziativa sindacale.
Negli ultimi ventāanni la previdenza ĆØ stata progressivamente spostata dalla tutela pubblica e collettiva verso la previdenza complementare individuale. In questo contesto si inserisce Fondo Espero, destinato al personale scolastico.
LāAccordo ARAN-sindacati del 16 novembre 2023 ha introdotto il silenzio-assenso: per il personale assunto a tempo indeterminato dal 1° gennaio 2019, dopo lāinformativa decorrono nove mesi per rinunciare allāadesione; in assenza di scelta, lāiscrizione diventa automatica. La procedura, pur prevista dal D.Lgs. 252/2005, solleva forti dubbi sul rispetto della libertĆ e della consapevolezza della scelta individuale.
Dopo oltre ventāanni, Espero registra adesioni molto limitate (circa il 15%), evidenziando una scarsa fiducia dei lavoratori e delle lavoratrici nella previdenza complementare. Il silenzio-assenso appare quindi più come un tentativo di aumentare le adesioni che come una libera scelta dei lavoratori. Invece di rafforzare la previdenza pubblica e garantire pensioni dignitose, si trasferisce progressivamente la responsabilitĆ previdenziale sui singoli, favorendo circuiti finanziari privati.
In questo quadro, il ruolo delle organizzazioni sindacali sottoscrittrici appare tuttāaltro che privo di contraddizioni. Da una parte esse rivendicano la tutela degli interessi e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici; dallāaltra, attraverso la partecipazione alla gestione della previdenza complementare, contribuiscono a indirizzare risorse dei lavoratori verso circuiti finanziari privati. Una contraddizione che rischia di indebolire la credibilitĆ della rappresentanza sindacale e di trasformare, di fatto, le organizzazioni che hanno sottoscritto e gestiscono il Fondo in intermediari nella raccolta di capitali destinati a banche, assicurazioni e altri operatori finanziari.
Domenico Montuori

