Il D.L. n. 170 del 30 settembre 2026, agli articoli 12 e 13, è inaccettabile e deve essere respinto. Dietro una presunta politica di “integrazione” si nasconde un impianto fortemente propagandistico che rischia di trasformare le differenze in un problema di ordine pubblico e di responsabilità familiare, anziché affrontarle come una questione educativa e sociale. Già il titolo dell’articolo 12, “Interventi urgenti per la promozione dell’integrazione degli studenti stranieri nell’ambito scolastico”, è significativo. Non si parla di inclusione, ma di integrazione. La differenza non è soltanto terminologica. L’inclusione richiede che sia il sistema scolastico ad adeguarsi alle diverse esigenze, garantendo pari opportunità e valorizzando le differenze, non semplicemente inserendo gli alunni in un modello già definito.
La scuola italiana, nonostante la progressiva riduzione delle risorse, svolge da anni questa funzione e costruisce quotidianamente percorsi rivolti a studenti e studentesse provenienti da contesti linguistici e culturali differenti. Se si vuole davvero favorire l’inclusione servono più docenti, mediatori linguistici e culturali, formazione e risorse, non misure punitive. L’articolo 12, invece, introduce un meccanismo che rischia di trasformare la difficoltà linguistica dei genitori stranieri in una forma di controllo sulle famiglie. Il comma 1 prevede che le Istituzioni Scolastiche segnalino ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche dei genitori ostacolino l’integrazione scolastica, il percorso educativo, il comportamento del minore o l’osservanza del Patto di corresponsabilità.
La collaborazione tra scuola e servizi sociali esiste già. Le scuole segnalano situazioni di grave disagio familiare, economico e sociale, indipendentemente dalla nazionalità, per garantire il diritto allo studio e tutelare i minori. Il problema è introdurre una procedura specificamente riferita ai genitori stranieri, facendo della condizione linguistica un possibile presupposto di interventi e sanzioni.Il comma 2 prevede che i servizi sociali possano predisporre un progetto di sostegno alla genitorialità comprendente, per i genitori stranieri, un percorso gratuito di alfabetizzazione e apprendimento dell’italiano presso i CPIA, fino almeno al livello A2, oltre a eventuali percorsi sulla corresponsabilità educativa.
I CPIA svolgono già da molti anni questa fondamentale funzione. Nati dall’esperienza dei CTP (anno 1997), assicurano l’insegnamento dell’italiano agli adulti stranieri, l’alfabetizzazione e l’istruzione degli adulti che non hanno potuto completare il proprio percorso scolastico. Lo fanno spesso con organici insufficienti e risorse limitate, nonostante la forte partecipazione ai corsi. Se il legislatore vuole potenziare l’apprendimento dell’italiano, la risposta è semplice: più docenti, più sedi, più corsi e maggiori risorse per i CPIA, non nuove procedure sanzionatorie.
Particolarmente grave è il comma 3, che prevede una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro per il mancato svolgimento del percorso linguistico, salvo comprovati motivi di salute, forza maggiore o altri gravi impedimenti. L’accertamento è affidato ai CPIA e la sanzione al prefetto. Si arriva così a colpire economicamente persone che possono trovarsi già in condizioni di fragilità sociale ed economica. La conoscenza della lingua italiana deve essere promossa come diritto e opportunità, non trasformata in un obbligo accompagnato da una multa. I CPIA devono accogliere e sostenere, non diventare strumenti di controllo.
Anche l’articolo 13 desta forte preoccupazione. Una situazione che dovrebbe essere affrontata caso per caso viene trasformata in una norma generale, introducendo un limite del 30% alla presenza di alunni con background migratorio che non parlano italiano nelle classi. Il rischio è quello di rappresentare la multiculturalità come un problema da contenere, anziché come una realtà da governare con adeguati strumenti didattici e formativi. Si rischia così di penalizzare proprio gli alunni che si dichiara di voler tutelare, costringendoli eventualmente a frequentare scuole lontane dal proprio territorio e interrompendo relazioni sociali e percorsi educativi. La scuola dovrebbe fare l’opposto: evitare la ghettizzazione, favorire l’incontro sociale e culturale e garantire pari opportunità.
Anche la facoltà dei collegi docenti di assegnare i neoarrivati alle classi senza considerare l’età può favorire esclusione, discriminazione e disagio, anziché garantire una reale inclusione. La risposta ai problemi linguistici e alla complessità delle classi non può essere la separazione. Servono organici adeguati, classi meno numerose, mediatori linguistici e culturali, potenziamento dei CPIA e risorse stabili per l’inclusione. La scuola non deve costruire barriere, ma abbatterle; non deve dividere, non deve sanzionare fragilità e povertà, ma garantire a tutte e tutti il diritto all’istruzione. La multiculturalità non è una minaccia da contenere, ma una realtà e una ricchezza della scuola italiana.
Esecutivo nazionale COBAS Scuola

