Nella rassegna stampa agostana dei quotidiani che si sono occupati di carcere, i temi più ricorrenti sono stati quelli relativi alle carceri al collasso, al sovraffollamento, alla carenza di personale, ai suicidi e alle morti, al rapporto tra criminalità e immigrazione, alla nuova legge sulla detenzione domiciliare per i tossicodipendenti e gli alcoldipendenti che intraprendono programmi riabilitativi (una legge che genera illusioni e false speranze, perché su 10.000 interessati, forse, 500 riusciranno a usufruirne, per mancanza di fondi e posti nelle comunità presenti (come sempre).
In questa situazione parlare di scuola potrebbe sembrare fuori luogo, ma i dati a nostra disposizione dicono il contrario, perché la scuola, l’università e la cultura in carcere costituiscono uno spazio “cuscinetto” tra il dentro e il fuori, sono dei veri e propri depotenziatori di criticità, “un’utopia che si realizza all’interno della peggiore delle distopie in atto, dando prospettiva e speranza di cambiamento”, come ci siamo detti molte volte con gli studenti ristretti.
I dati più recenti messi a disposizione dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), forniscono i numeri della partecipazione ai percorsi di istruzione nell’anno scolastico 2024/2025 e confermano quanto affermiamo da tempo. Gli iscritti ai percorsi scolastici si presentano stabili nonostante l’aumento dei detenuti, con 19.391 “ristretti” coinvolti in percorsi di istruzione di primo e secondo grado (oggi si sono superate le 67.000 presenze in carcere), 1.978 studenti iscritti ai poli universitari penitenziari e 4.276 detenuti che hanno partecipato ai corsi di formazione professionale. Degli iscritti ai percorsi scolastici, però, più del 50% non consegue il titolo previsto, perché all’interno delle strutture penitenziarie la dispersione scolastica reale è strutturalmente molto più alta rispetto alle scuole esterne e più della metà degli iscritti interrompe o non supera l’anno. Questa dispersione internanon deriva necessariamente dal disinteresse degli studenti, ma da fattori strutturali del sistema penitenziario che i docenti della Rete delle scuole ristrette evidenziano da sempre e che costituiscono un lungo elenco di impedimenti, come i trasferimenti improvvisi per spostamenti urgenti o programmati dei detenuti in altri istituti durante l’anno scolastico, senza che scuole e insegnanti siano preventivamente avvisati. In questo la Rete svolge un importante ruolo di raccordo fra i docenti delle scuole di appartenenza riuscendo, spesso, a far iscrivere gli studenti trasferiti ai corsi degli altri istituti penitenziari o a far conseguire loro il diploma, anche se vengono trasferiti poco prima dell’esame di Stato; la priorità del lavoro che, per ovvie ragioni di sostentamento economico personale e familiare, porta le persone private della libertà a privilegiare i posti di lavoro interni (se sono disponibili) rispetto alle ore di scuola. Solo in pochi istituti esiste, infatti, la possibilità di articolare le ore scolastiche sia nella fascia diurna che pomeridiana, permettendo così a chi lavora di mattina di seguire le lezioni di pomeriggio e viceversa, perché la carenza di personale o motivi di sicurezza impediscono il prolungarsi dell’orario di permanenza dei docenti negli istituti penitenziari e questo rende estremamente difficile frequentare i corsi, nonostante le richieste dei “ristretti”; le difficoltà logistiche come il sovraffollamento, la carenza di personale di polizia penitenziaria per scortare i detenuti nelle aule, la sovrapposizione con i colloqui con i familiari o gli avvocati o i medici interni; gli stati depressivi che hanno come conseguenza autoisolamento e assunzione di psicofarmaci; la carenza di aule idonee e le difficoltà nel far conciliare i tempi della sicurezza con i calendari scolastici.
L’attenzione che bisognerebbe prestare, però, a tale fenomeno e l’importanza del potenziamento dei percorsi di istruzione in carcere, emergono inequivocabilmente dallo stretto legame tra dispersione scolastica esterna e detenzione. Anche a voler escludere circa il 50% di detenuti di cui l’amministrazione non rileva il titolo di studio all’ingresso, la fotografia del livello culturale della popolazione detenuta presenta un quadro problematico, il 58%, infatti, possiede al massimo la licenza media inferiore, il 14,5% ha soltanto la licenza elementare, il 4% risulta totalmente analfabeta (una percentuale doppia rispetto a chi possiede una laurea nel circuito penitenziario) e i dati non riguardano solo gli stranieri. Naturalmente la dispersione implicita ed esplicita varia a seconda dei livelli d’istruzione e le classi più esposte all’abbandono sono quelle del biennio della scuola dell’obbligo superiori (dove le classi sono più affollate e in alcuni circuiti possono raggiungere anche i 25-30 alunni) e i corsi di alfabetizzazione linguistica per cittadini stranieri.
Proprio da storie pregresse di dispersione scolastica mai sanata provengono molti dei giovani transitati in carcere dopo l’applicazione del cosiddetto Decreto Caivano, come indicato dall’Associazione Antigone nel Report sulla giustizia minorile a un anno dall’approvazione del decreto, segnalando un aumento di circa il 50% degli ingressi negli Istituti Penali Minorili (IPM), effetto che ne ha portato con sé, un altro, il sovraffollamento di molti IPM storici.
Da più parti sono stati espressi dubbi sull’efficacia a lungo termine della risposta punitiva e tra questi è intervenuta anche l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, in quanto sospendere l’Assegno di Inclusione alle famiglie indigenti o detenere un genitore, rischia di impoverire ulteriormente il nucleo familiare, spingendo paradossalmente il minore verso canali di sussistenza illegali, mentre i contesti familiari fortemente legati alla criminalità organizzata si sono dimostrati storicamente impermeabili alla minaccia della reclusione, oltre al problema derivante dalla difficoltà delle scuole e dei comuni che faticano a gestire la mole di segnalazioni burocratiche senza un parallelo e massiccio potenziamento di corsi scolastici, di docenti e personale, assistenti sociali ed educatori di strada sul territorio. Ma l’inquietante fenomeno della doppia dispersione, non interessa solo i giovani che entrano nei circuiti minorili, perché, come dimostrano i dati riportati in precedenza, è il 74% della popolazione detenuta ad avere un basso livello di istruzione e questo non solo dovrebbe porre degli interrogativi a chi amministra la giustizia e l’istruzione, ma dovrebbe indurre a dare risposte e mettere in atto interventi conseguenti.
In questi ultimi decenni scuola, università, formazione e istituzioni culturali interne agli istituti penitenziari hanno acquisito uno spazio prima inesistente e anche grazie alla pervicacia con la quale docenti e operatori interni a queste istituzioni hanno lavorato per ampliare la partecipazione, sono riuscite a diventare un reale collegamento tra il carcere e la società esterna, ponendo le basi per una reale reintegrazione dei detenuti. A questo lavoro e sforzo, però, l’amministrazione penitenziaria non risponde con la stessa prospettiva, continuando a considerare scuola, università, formazione e istituzioni culturali, come ospiti, spesso indesiderati e non come attori comprimari che svolgono uno specifico ruolo nel restituire alla società persone capaci di integrarsi e ricucire lo strappo con il quale se ne sono allontanati. In questa fase, ad aggravare la situazione è l’imporsi di una visione “securitaria” che all’esterno ha portato norme peggiorative come risposta a fatti violenti e che all’interno sta determinando chiusure e separazioni, con gli stessi istituti che tendono a tenere divisi i circuiti detentivi per questioni di sicurezza, non facilitando certo la partecipazione a iniziative d’istruzione, universitarie e alle attività culturali. Non solo, ma si riscontra una generale tendenza a occupare i detenuti in percorsi lavorativi interni che servono, in realtà, solo all’amministrazione, ma che non offrono una formazione vera, perché fare lo scopino o il porta vitto non forma e non fornisce alcuna prospettiva lavorativa, così come non si capisce bene per quale motivo siano considerate formazioni “valide” solo quelle di pizzaiolo, idraulico, muratore, mentre le formazioni per operatori culturali (biblioteche, musei), nonostante le progettualità in campo, vengono ritenute svago fine a se stesso e non strumenti attraverso i quali acquisire conoscenze e competenze utili a svolgere anche lavori “altri”.
Se il compito dei docenti è educare alla cittadinanza e all’inclusione, spiegando che una democrazia matura si misura dalla capacità di non escludere chi ha violato la legge, appare alquanto contraddittorio il forte contrasto con questi principi, così come appare l’azione dell’attuale governo che privilegia logiche punitive e risposte repressive rispetto alla complessità del recupero sociale. Questo approccio penalizza direttamente i percorsi di istruzione in carcere, che rappresentano il legame più concreto tra detenzione e società civile.
Le scuole attive negli istituti penitenziari, i poli universitari detentivi e le attività culturali non sono concessioni, ma diritti fondamentali e strumenti indispensabili per abbattere la recidiva. Tuttavia, la mancanza di investimenti strutturali e lo stallo politico complicano quotidianamente l’accesso a questi percorsi, isolando il carcere e allontanandolo dall’idea di formazione sociale difesa dalla Costituzione. Diventa quindi fondamentale per il corpo docente mantenere vigile l’analisi critica, stimolando negli studenti la consapevolezza che i valori costituzionali richiedono un’attuazione pratica. Difendere il diritto allo studio e alla cultura in ogni contesto significa riaffermare che la marginalità va governata con riforme educative, non semplicemente nascosta.
Anna Grazia Stammati

