mercoledì, Febbraio 21, 2024

Non ci servono più dirigenti scolastici ma più scuole!

Alla fine di dicembre sono divenuti definitivi i numeri delle istituzioni scolastiche del prossimo anno: le scuole autonome non saranno 7461, come previsto dal decreto di giugno (DM 127/2023), ma il 2,5 % in più. E’ sicuramente una vittoria delle mobilitazioni ma rischia di diventare una vittoria effimera perché il decreto milleproroghe  che prevede la deroga, stabilisce anche che vale solo per il prossimo anno scolastico: le 185 scuole “graziate” saranno scuole in reggenza, destinate ad essere soppresse nel successivo anno scolastico, insieme alla ulteriore quota di 60 scuole  da ridurre. Si tratta comunque di un risultato che ci permetterà di estendere la mobilitazione.

Nel 2024-25 ci saranno 366 scuole autonome in meno rispetto alle 7960 dell’anno scolastico in corso.

Il taglio non sarà omogeneo: saranno colpite di più le istituzioni scolastiche del primo ciclo e le regioni più povere perché hanno in media istituzioni scolastiche più diffuse sul territorio e più piccole.

Nella tabella sono riportati i dati di questo anno scolastico e del prossimo, regione per regione, comprensivi delle scuole in deroga che resteranno in reggenza.

Appare evidente la volontà punitiva contro le regioni del Sud, quelle accusate di essere state poco attive nel tagliare le scuole negli anni precedenti (vedi il comunicato MIM del 23-6-23: la pianificazione della rete scolastica campana è stata condotta negli ultimi anni senza prestare la necessaria attenzione al contenimento del numero delle istituzioni scolastiche sottodimensionate.)

Volontà resa ancora più evidente da un effetto paradossale della deroga ai tagli (le 185 scuole in reggenza) calcolata non tenendo conto delle situazioni più gravi ma in base ad un meccanismo rigido ed uguale per tutte le regioni (“Le Regioni, per il solo anno scolastico 2024/2025, possono  attivare  un ulteriore numero di autonomie scolastiche in misura non superiore  al 2,5 per cento del contingente dei corrispondenti posti  di  dirigente scolastico e di  direttore  dei  servizi  generali  e  amministrativi”). L’effetto è che  in Piemonte, in Lombardia, in Emilia Romagna e in Toscana (regioni molto solerti nei tagli degli anni precedenti) la quota in più accordata supera il numero delle scuole attuali e di conseguenza non ci saranno 185 scuole in più in reggenza ma solo 133 (vedi tabella). Tutta la stampa ha ripreso con grande enfasi il dato delle 185 scuole sottratte ai tagli senza preoccuparsi di verificare i dati, cosa che avrebbero potuto fare confrontando le istituzioni scolastiche attuali con quelle previste il prossimo anno dal decreto del governo.

RegioneIstituzioni scolastiche a.s. 2023-24Istituzioni scolastiche a.s. 2024-25 DM 127/2023Istituzioni in deroga solo a.s. 2024-25Scuole tagliate a.s. 2024-25Scuole in deroga che non saranno attivate
Piemonte5275201306
Lombardia1115111528028
Veneto585560149 
Friuli V.G.163 15546 
Liguria18017046 
Emilia Romagna52151913011
Toscana4594551107
Umbria13813332 
Marche22421059 
Lazio7126851710 
Abruzzo18717944 
Molise504910 
Campania9598392199 
Puglia6205691437 
Basilicata10884222 
Calabria355281767 
Sicilia7927101864 
Sardegna265228631 
Totale7960746118536652
Fonte: MiM, Ufficio statistica (Focus 2023-24)                                      Elaborazione Cobas Scuola

Complessivamente spariranno (nonostante la deroga)  366 autonomie scolastiche e, di queste, 320 saranno concentrate in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna!!! Vengono colpite le regioni più povere, quelle che – in tutte le elaborazioni statistiche – risultano in fondo alla classifica regionale per reddito, speranze di vita, strutture sanitarie, cure adeguate e disponibilità di tempo-scuola: dal prossimo anno scolastico avranno anche meno scuole, grazie alle scelte del governo. Salvo piangere lacrime di coccodrillo quando saranno diffusi i prossimi dati Invalsi e lanciarsi in improbabili sceneggiate (come quella andata in onda nei mesi scorsi a Caivano) quando le criticità emergono in modo drammatico ed esplosivo.

Ma non dobbiamo nemmeno dimenticare che il nuovo dimensionamento è un piano di lunga durata che riguarda tutto il territorio italiano con l’obiettivo di ridurre le scuole in un triennio di 650 unità e di 1.074in otto anni, prevedento nel 2031-32 sole 6.886 istituzioni scolastiche, con un taglio di più del 10% rispetto alle attuali.

Anno scolasticoNumero istituzioni scolastiche previste
2023-247.960
2024-257.461
2025-267.401
2026-277.309
2027-287.204
2028-297.113
2029-307.039
2030-316.972
2031-326.886
Fonte: Relazione tecnica  finanziaria  2023 pag. 136,  rielaborazione Cobas Scuola

Il ministero e il governo motivano il taglio con il calo delle nascite: in pratica il Governo Meloni e il Mim, scelgono di assecondare il calo demografico, approfittandone per tagliare le scuole. Si sprecano le dichiarazioni in cui Valditara assicura che il taglio delle scuole non significa taglio dei plessi, che resteranno tutti aperti ma solo accorpati in scuole più grandi. Anzi, questo sarebbe un vantaggio perché viene eliminato il fenomeno delle scuole in reggenza e perché scuole più grandi si gestiscono meglio.

Tutte favole che non colgono il punto centrale: più le scuole di ingigantiscono e più diventano difficili da gestire, specialmente le scuole del primo ciclo, necessariamente organizzate su piccoli plessi.

Nel presente anno scolastico i 40.321 plessi esistenti sono suddivisi in 34.999 che fanno riferimento ad istituzioni scolastiche del primo ciclo mentre i restanti 5.322 fanno parte di istituzioni scolastiche del secondo ciclo: significa che – in media – una secondaria di secondo grado ha due plessi mentre una scuola del primo ciclo ha 6,6 plessi. Se viene ridotto il numero di scuole autonome, automaticamente aumenta il numero di plessi che fa capo ad ogni istituzione scolastica. Ed è falso che i plessi non chiudono.

In questi ultimi dieci anni – secondo una ricerca di Tuttoscuola, elaborata su dati ufficiali pubblicati sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito – in Italia sono state chiuse più di 2.600 scuole (plessi) dell’infanzia e primaria. E nei prossimi cinque anni si prevede la chiusura di almeno altre 1.200 scuole, tra statali e paritarie.

Nella situazione attuale, di evidente calo demografico, portare il numero minimo di alunni a 900 ci indica una scelta precisa: trarre un vantaggio finanziario dalla flessione degli organici per incorporare nelle casse dello  Stato i risparmi che ne derivano. Una scelta politica miope e ottusa.

Se il governo Meloni e il ministro Valditara avessero avuto una visione strategica avrebbero fatto scelte diverse, per cercare di contenere il calo delle nascite e per migliorare la scuola pubblica (oltretutto, a costo invariato).

Avrebbero potuto, ad esempio, intervenire sul numero degli alunni per classe riducendo la soglia minima prevista dall’attuale normativa, imposta dal ministro Gelmini nel 2008 quando nel giro di alcuni anni realizzò l’aumento medio del numero degli alunni per classe, con un risparmio di 8 miliardi. La riduzione di quei parametri permetterebbe la formazione di classi più piccole e di migliorare la qualità della didattica.. Avrebbero potuto rispettare in modo rigoroso la normativa (mai abrogata ma adesso largamente disattesa) che prevede la formazione di classi con un tetto massimo di 20 alunni/e in presenza di alunno/a con disabilità: ed invece sempre più spesso – perfino nella scuola del primo ciclo – vediamo classi con due o più portatori di handicap. Avrebbero potuto aumentare il numero degli asili nido, portare la scuola dell’infanzia pubblica in tutto il territorio nazionale, estendere il tempo pieno (magari utilizzando il PNRR, come previsto ma mai  realizzato), aumentare i servizi per la prima infanzia ed abbatterne i costi: cose che non avrebbero eliminato la denatalità ma l’avrebbero forse rallentata e di sicuro sarebbero state apprezzate in un paese in cui le donne sono ancora penalizzate sul mercato del lavoro.

Invece hanno deciso di fare cassa sulla scuola e l’intera operazione frutterà un risparmio modesto: 88 milioni di euro a regime, nel 2032. Se si pensa che tra le linee di investimento del PNRR solo per il recupero della dispersione e per l’orientamento sono stati stanziati 500 milioni di euro è subito evidente che il taglio non è funzionale ad un mero risparmio ma ha come obiettivo la destrutturazione della scuola pubblica statale, fare terra bruciata dell’idea di scuola come bene pubblico. E’ un tassello di un piano che parte da lontano, dall’autonomia scolastica e dalla legge di parità, che si è dispiegato in 40 anni di neoliberismo nella scuola e che vede la sua realizzazione anche con l’attuazione dell’autonomia differenziata, lo stravolgimento della Costituzione, la privatizzazione di scuola e sanità e di quello che resta dello stato sociale. Dobbiamo opporci a questo piano e provare ad ostacolarlo in ogni modo sia come lavoratori/trici della scuola sia come cittadine/i, trovando nella società tutte le alleanze utili per contrastarlo.

Silvana Vacirca

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