lunedì, Aprile 22, 2024

Italia Hub del gas?

Le ultime dichiarazioni governative unitamente alle azioni messe in campo delineano in maniera chiara la volontà di fare dell’Italia un cosiddetto “hub del gas” per l’Europa.

Questo progetto viene da lontano, era sotteso anche nei programmi dei governi precedenti, ma l’attuale governo l’ha esplicitato in maniera inequivocabile; anzi lo rivendica come grande obiettivo strategico e come un risultato fondamentale da raggiungere; confermando quella che è la reale cifra di questo nuovo corso della politica italiana fatta di arretratezza e revanscismo culturale, di reazione e, in questo caso, anche di totale incapacità di connettersi con la realtà dimostrando di non sapersi proiettare negli scenari che si potranno verificare da qui a pochi anni.

Mentre tutta la comunità scientifica degna di questo nome disegna scenari a dir poco preoccupanti (se non catastrofici) per l’ormai conclamato, e dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, surriscaldamento globale, la cui causa principale è innegabilmente quella delle emissioni dei gas climalteranti dovute alle attività umane, indicando come via obbligata e da percorrere nell’immediato quella dell’abbandono dell’uso dei combustibili fossili; qui ci si balocca con l’insulsa idea dell’hub del gas alla ricerca di (parole della Meloni) “un rinnovato protagonismo italiano in Africa… [come ponte energetico tra i due continenti]”. A prescindere dal fatto che, incredibilmente e in spregio a qualsiasi senso della decenza, questo discorso sia stato tenuto ad Addis Abeba, ciò non fa che rimarcare la protervia e la abissale ignoranza di questa compagine governativa.

I dati ci raccontano come nel corso degli ultimi decenni gli eventi atmosferici estremi in Europa stiano aumentando all’incredibile ritmo del raddoppio ogni 5 anni passando dalle poche centinaia della decade dei settanta ai 10.000 nella decade tra il 2010 e il 2020 con l’attesa che per il 2030 si giungerà alla stratosferica cifra di 40.000; i danni diretti provocati da tali eventi negli ultimi 40 anni sono dell’ordine di 500 miliardi di euro con 145.000 vittime.

A fronte di tutto questo ci viene prospettata le ricetta “dell’Italia hub del gas”; progetto che non ha alcun futuro oltre che dal punto di vista ambientale anche dal punto di vista economico e vediamo perché, tralasciando per un attimo il motivo di fondo.

Le stime più accreditate danno quella del 2070 come data di esaurimento delle fonti fossili (in realtà qualche anno prima per il petrolio e qualche anno dopo per il gas), questo nell’ipotesi che l’aumento del consumo che c’è stato fino ad oggi rallenti per effetto delle misure che verranno messe in atto, nel caso si prosegua con il trend di aumento fin qui tenuto [perché incredibilmente mentre si straparla di transizione energetica i consumi di fossili globali continuano ad aumentare] la data di fine corsa si avvicinerà ulteriormente; quindi si vorrebbe ancorare il paese al ruolo di hub del gas proprio nel momento in cui tale risorsa sta andando verso l’esaurimento; senza considerare il fatto che i consumi nei prossimi anni diminuiranno drasticamente per via delle politiche energetiche e di riconversione che sono previste dagli accordi internazionali (COP2015 di Parigi in primis) e sono previsti a livello europeo (es: eliminazione dei motori a combustione interna per autotrazione per il 2035).

Già con l’attuale sistema di metanodotti e rigassificatori l’Italia è in grado di captare, trattare e smerciare una quantità di gas superiore all’attuale fabbisogno, nel 2022 il consumo totale di gas è stato intorno ai 68 miliardi di m3 in calo rispetto all’anno precedente; se venissero attuati in tempi brevi tutti i progetti prospettati la capacità di trattamento arriverebbe intorno ai 140 mld di m3 ossia praticamente il doppio di quanto effettivamente si sta consumando attualmente, senza considerare il fatto che tale consumo dovrà giocoforza diminuire e sta già diminuendo.

Se a queste considerazioni aggiungiamo che già nel 2022, nonostante la guerra in Ucraina e la tanto sbandierata quanto falsa emergenza energetica dovuta al calo delle importazioni dalla Russia, le esportazioni di gas dell’Italia verso l’estero sono aumentate arrivando a 5 mld di m3, ecco chiarito in vero obiettivo del progetto hub del gas: i colossi del sistema fossile (ENI e SNAM in primis) intendono speculare e fare cassa nell’immediato giocando sulle variazioni del prezzo del metano, si apprestano ad aumentare gli spropositati extra profitti che hanno già accumulato negli ultimi anni grazie al fatto di costruire infrastrutture con i soldi pubblici che gli permetteranno di estrarre enormi profitti privati esportando gas.

Questa volontà è confermata anche dall’ultima gamba del “progetto gas” che si sta implementando, cioè dall’aumento della capacità di stoccaggio del gas; il principale atto di questo aspetto si sta dando a Minerbio (località vicina a Bologna) dove da anni si lavora per ampliare un’enorme area di stoccaggio del gas, un ex giacimento che viene usato come magazzino e rappresenta il più grande sistema di stoccaggio europeo di gas. Su tale impianto di stoccaggio sono attualmente previsti lavori di ampliamento e dovrà diventare il terminale del famigerato TAP (trans adriatic pipeline) del quale è previsto il raddoppio e la connessione con la linea che proviene dal Tirreno; tale ampliamento prevedeva anche un sistema di sovrapressione cioè un impianto che avrebbe aumentato la pressione presente nell’intero volume di stoccaggio (in modo che a parità di volume si potesse immagazzinare una maggiore massa di gas) con conseguenze difficilmente prevedibili per un territorio già molto fragile nella sua costituzione dal punto di vista idrogeologico oltre che sismico; questo progetto era già stato rigettato grazie all’opposizione della popolazione alcuni anni fa, ma ora pare che sia di nuovo nell’agenda.

Risulta del tutto evidente come l’aumento abnorme della capacità di stoccaggio sia congeniale ai progetti speculativi, grande capacità di stoccaggio vuol dire poter acquistare gas nei momenti di prezzi bassi per poi rivenderlo nei momenti di innalzamento dei prezzi.

Quindi ci troviamo in una situazione in cui seppur consci dell’approssimarsi della fine del tempo dei fossili per i motivi sopra citati, in luogo di attivarsi per lo sviluppo delle energie rinnovabili e non impattanti dal punto di vista climatico si preferisce investire cifre enormi ancora nella filiera del fossile per poter estrarre e incassare fino all’ultima goccia di combustibile da bruciare incuranti sia della crisi climatica [vedere le ultime alluvioni proprio mentre stiamo scrivendo questo articolo] che del fatto che alla fine ci si troverà con costosissime infrastrutture, pagate con denaro pubblico ricordiamolo sempre, totalmente inutili che rimarranno a carico delle collettività. Inoltre non va assolutamente dimenticato che se grandi investimenti vengono innestati nella filiera dei fossili questo inevitabilmente farà sì che gli stessi investimenti siano tolti dallo sviluppo delle rinnovabili, riducendo quindi la cosiddetta transizione energetica ad una vera e propria farsa alla faccia di tutto il cianciare mediatico del momento.

I Disastrosi impatti della filiera del GNL (gas naturale liquefatto)

Al netto della necessità di uscita dai combustibili fossili indispensabile per affrontare l’attuale crisi ambientale e climatica, vogliamo riportare sommariamente alcuni aspetti che chiariscano come nello specifico la filiera del GNL sia impattante e non conveniente anche in relazione alle altre filiere del fossile.

Tale filiera prevede che il gas venga prima liquefatto, la temperatura di liquefazione del metano è di -161°C e il GNL viene stoccato e trasportato alla temperatura di -163°C, già questo primo passaggio comporta un grosso dispendio energetico e impianti complessi. Durante il trasporto questa temperatura deve essere continuamente mantenuta con ulteriori costi energetici. Quando il GNL giunge a destinazione deve poi essere riportato allo stato gassoso e in questo ultimo passaggio si hanno ulteriori costi energetici e ambientali.

Nel suo insieme si stima che l’intero processo abbia un costo energetico intorno al 25-30 % del gas prodotto; banalmente ciò significa che dove prima erano “necessari” 100 m3 di gas in termini di GNL ne serviranno 125-130, provocando così un aumento del consumo a parità di condizioni.

Gli impatti ambientali sono ancor più importanti, rispetto ai superiori costi in monetari ed energetici, infatti tutto il processo comporta inevitabili e consistenti dispersioni di gas metano in atmosfera e siccome il metano ha un effetto serra 80 volte più alto della CO2 è semplice immaginare le conseguenze.

Molto impattante è lo stesso processo di rigassificazione: vengono usate enormi quantità di acqua di mare che viene scaricata alla temperatura di 7°C provocando un notevole shock termico nei tratti di mare interessati, inoltre per evitare effetti vegetativi nel fascio tubiero dell’impianto l’acqua viene abbondantemente clorata venendo poi riscaricata in mare con tale contenuto di cloro.

A tutto questo occorre aggiungere che il GNL verrà in buona parte acquistato dagli Stati Uniti dove viene estratto mediante la tecnica del fracking che è un metodo di grande impatto ambientale (per brevità non possiamo dilungarci qui, ma è facile reperire le informazioni relative) e che il metodo di trasporto con le grandi navi metaniere non farà che aumentare i rischi di incidenti.

Da ultimo il GNL si presta molto meglio al mercato speculativo, infatti sarà molto più semplice dirottare le forniture verso il miglior offerente, anche modificando il prezzo in corso d’opera [evidentemente è molto più facile far cambiare rotta ad una nave rispetto al vincolo di un metanodotto che non può certo essere ridirezionato].

In definitiva se è comunque scellerato pensare di continuare ad investire sulla filiera dei fossili, risulta veramente incomprensibile aggiungere follia a follia indirizzandosi verso la filiera del GNL che riassume, incrementa e peggiora tutte le già insostenibili problematiche legate ai fossili in generale.

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