lunedì, Maggio 27, 2024

Ipotesi Piattaforma Ambiente

Le “tematiche ambientali/climatiche” sono sicuramente un campo dove, come organizzazione, dovremmo aumentare il nostro intervento; a questo fine ritengo [riteniamo] vi sia la necessità di un inquadramento per una piattaforma ambientale complessiva.

Pur senza avere la pretesa di analizzarne a fondo le motivazioni, non possiamo che prendere atto del sostanziale fallimento dei movimenti ecologisti fino ad ora [particolarmente in Italia], che non hanno ottenuto quasi nulla né in termini sostanziali e neppure in termini di un processo di sensibilizzazione.

Pochissime sono le grandi battaglie ecologiste realmente vinte nonostante, almeno dal primo rapporto del “club di Roma” [I limiti della crescita] del 1972, fosse molto chiaro che il modello di sviluppo dominante non fosse sostenibile e fosse destinato al tracollo ambientale e climatico, [ma anche demografico e sociale], quasi nulla è stato fatto per invertire la tendenza e fronteggiare le emergenze che via via si palesavano.

Anzi per decine di anni il tema è stato totalmente ignorato a livello dei decisori politici e istituzionali, solamente negli ultimi dieci/quindici anni il tema è divenuto di una certa attualità nel discorso mediatico [sia mainstream che social] ed è anche entrato a far parte, formalmente, di molte agende di governo così come nelle piattaforme rivendicative anche delle politiche delle varie forze di opposizione.

All’interno dei movimenti ecologisti, sia istituzionalizzati che non, sono comunque presenti aspetti problematici, che possono essere considerati causa del sostanziale fallimento menzionato, questo vale sia dal lato dei movimenti ecologisti di opposizione e dal basso sia sul versante delle risposte a livello governativo e istituzionale.

Per quanto riguarda i primi, gran parte dei movimenti sono caduti in due errori marchiani che ne hanno indebolito la capacità di analisi e la reale capacità di impatto: in primo luogo spesso le richieste  [anche le politiche di governo quando i “verdi” sono stati forza di governo] sono rimaste all’interno di un quadro di compatibilità con il sistema di mercato attuale, quando non addirittura si sono limitate a proteste rivolte unicamente alla situazione territoriale [la logica “nimby”], senza mettere in discussione complessivamente il modello economico capitalistico dominante; in secondo luogo spesso la propaganda “verde” ha esagerato su un versante che potremmo definire apocalittico o catastrofista, annunciando ripetutamente una sorta di “fine del mondo” che alla lunga, in luogo di creare coscienza riguardo alle problematiche, ha finito per porsi in maniera sostanzialmente speculare a tutta la propaganda dei vari regimi e le fake news negazioniste allontando grandi masse di persone dalle consapevolezza reale delle questioni ambientali.

Attualmente la situazione sembrerebbe migliorata a partire dalla prima conferenza di Rio, passando per il protocollo di Kioto, fino alle ultime COP; l’ONU in particolare ha messo in agenda le tematiche ambientali, con particolare enfasi sul tema dei cambiamenti climatici di origine antropica. Le tappe principali sono state la conferenza di Rio del 1992, la COP3 di Kioto del 1997, la COP21 di Parigi del 2015, dove ogni volta venivano messi in campo protocolli e programmi volti in particolare a contenere le emissioni di CO2 e contenere così gli impatti sul clima; il 2019 ha poi visto la nascita della cosiddetta Agenda 2030 , corposo documento dell’ONU che contiene 17 obiettivi strategici da conseguire entro il 2030.

Però se prendiamo in considerazione i dati disponibili [emissioni di CO2 in primis] dei vari parametri ambientali e se studiamo le azioni reali dei vari governi [al di là delle dichiarazioni d’intenti] è facile vedere come tutto quanto scritto in questi documenti, che peraltro leggendo i testi sono assolutamente validi e condivisibili, non trova il benché minimo riscontro nella realtà dei fatti; inoltre va detto che l’ultima COP25 di Madrid si è conclusa con un totale fallimento.

Ora è tutto un parlare di green economy, sostenibilità, impronta ecologica; ma il più delle volte si tratta di belle intenzioni, programmi a lungo o lunghissimo termine che però sono contraddetti dalle misure realmente adottate; quando va bene ci troviamo di fronte a ciò che viene definito greenwashing, rimane vero quanto diceva Chico Mendes “l’ecologia senza lotta di classe è giardinaggio”, e questo si riverbera nel primo degli errori citati sopra.

È necessaria una messa a punto della strategia volta a trattare le tematiche ambientali e climatiche, in particolare è necessario far progredire all’interno del movimento [e delle masse] la consapevolezza che la crisi ambientale può essere superata solo se viene affrontata ed inserita all’interno di un processo che preveda l’uscita dal modello di produzione capitalistico, che cancelli l’attuale predominio del mercato e della legge del profitto; se vogliamo si tratta di attualizzare la frase di Chico sopra citata in “l’ecologia senza anticapitalismo è solo giardinaggio”.  Certo dirlo sembra perfino banale, ma questa consapevolezza è ben lungi dall’essere assodata, la nostra piattaforma deve riuscire a rispecchiare [e promuovere] questo necessario cambio di paradigma.

Questo cambio deve essere fatto senza ricorrere a messaggi catastrofisti, ma seguendo due linee di ragionamento rigorose.

Una tesa ad analizzare le situazioni presenti attraverso il filtro di una lettura scientifica delle situazioni, inquadrando i problemi nella loro complessità e circolarità (con connessioni reciproche e forti azioni di feedback), ma al tempo stesso senza dimenticare le implicazioni dovute alla non neutralità della scienza; infatti è del tutto evidente che la scienza, in particolare le sue applicazioni tecnologiche, siano in generale asservite al modello economico dominante e che quindi le linee di sviluppo scientifico-tecnologico seguano un ordine di priorità dettato dal modo di produzione capitalistico, dal mercato e dalla logica del profitto.

L’altro aspetto chiave da tenere in conto è la necessità di rompere quella che JW Moore [vedi] definisce “storia ambientale cartesiana” che presume la separazione tra i sistemi naturali da un lato e le relazioni sociali dall’altro, considerando quindi società umana e natura due entità separate e legate da azioni produttive/materiali della società umana sulla natura (intesa come rete della vita) e non come un tutto organico di società umana nella natura, dove si prende atto che la società umana forgia l’ecosistema e ne viene a sua volta influenzata; dove si supera il binomio economia/ecologia secondo la definizione che ne da Moore stesso in “Ecologia-mondo e crisi del capitalismo”: “…Cosa dire allora del capitalismo storico? Esso è un sistema-mondo che intreccia insieme la natura umana ed extra-umana sulla base di un’accumulazione incessante. Il capitalismo non è, dunque, un sistema sociale, ancor meno è un sistema economico. Esso è, piuttosto, una ecologia-mondo. Il capitalismo non ha un regime ecologico; esso è un regime ecologico-mondo, che collega, come un insieme organico, l’accumulazione del capitale la produzione della natura. Mentre la parola ecologia è spesso usata in modo interscambiabile con le parole natura e ambiente, io propongo di ridefinire questo concetto in quanto rapporto delle nature umana ed extra-umana…”.

Alla luce di queste due direttrici fondamentali incrociate fra loro, possiamo derivare alcuni concetti chiave che ci permettono di costruire un quadro di riferimento generale entro cui inserire quelli che saranno i punti chiave di una piattaforma ambientale che sia coerente con quanto in premessa:

  • Gli ecosistemi, cioè tutto ciò che viene genericamente definito “ambiente” incluso il clima, sono sistemi estremamente complessi e quindi sorretti da equilibri altrettanto complessi e sensibili interconnessi attraverso una fitta rete di interdipendenze.  Sarebbe più corretto riferirsi ad una serie di sottosistemi che si influenzano reciprocamente attraverso meccanismi che non sempre sono palesi, anche se spesso presentano caratteristiche comuni.
  • Il feedback [retroalimentazione] è una delle caratteristiche principali delle relazioni in campo ambientale/climatico. Il feedback può agire all’interno di uno specifico sottoinsieme o spesso anche tra i diversi sottoinsieme [ambiti] ecologico/climatici; per definizione agisce su sistemi che risultano intrinsecamente “circolari” [il feedback stesso rende tutti i sistemi su cui agisce circolari, nel senso che il segnale in uscita dal sistema (effetto) va ad agire sulle variabili in entrata del sistema stesso (cause), rompendo quindi una sequenza causa-effetto puramente lineare].
  • In ambito ecologico, in particolare nei fenomeni legati alla vita, le relazioni si muovono spesso con un andamento esponenziale; questo effetto spesso non viene percepito in quanto istintivamente le persone sono portate a considerare le relazioni di tipo proporzionale. Da un punto di vista pratico, e in particolare a fronte dei problemi ecologico/ambientali, questa mancata percezione della progressione esponenziale fa sì che si abbia una percezione distorta del problema stesso, che non se ne colga appieno la gravità e che, tendenzialmente, gli interventi riparatori siano costantemente in ritardo temporale rispetto al necessario
  • Il modello economico/sociale/produttivo [e riproduttivo] attualmente dominante [il sistema capitalistico] trascura un aspetto tanto banale [e ovvio se ci si pensa] quanto fondamentale: cioè la “finitezza” del sistema globale entro cui si sviluppa. Viene cioè sostanzialmente trascurato il fatto che il pianeta Terra è un sistema chiuso [cioè un sistema che scambia energia con l’esterno, ma non scambia materia]. Ciò comporta che tutte le risorse materiali non siano infinite e che tutta la materia possa trasformarsi ma all’interno di un bilancio netto globale pari a zero dal punto di vista della materia stessa, ma costantemente in perdita [aumento] dal punto di vista dell’entropia.
  • Il modello capitalistico “sviluppista” procede in maniera lineare, con il mito [feticcio] della crescita continua; ciò presuppone una disponibilità infinita di risorse materiali cui attingere ed una capacità altrettanto infinita dei pozzi in cui scaricare i rifiuti e gli scarti risultanti dall’uso di dette risorse. Ovviamente questo si scontra con quanto detto al punto precedente.
  • In considerazione degli effetti esponenziali, l’effetto dell’impatto di molte attività economico/produttive procede con una grande velocità, con conseguenze molto forti sui delicati equilibri che si sono stabiliti negli ecosistemi terrestri nel corso di tempi geologici. Questi effetti possono diventare dirompenti non tanto in relazione alle quantità assolute, ma proprio in ragione della velocità dei cambiamenti prodotti. Gli equilibri dei sistemi ecologici risultano molto fragili ed in molti casi, una volta che l’equilibrio sia spezzato si mettono in atto processi irreversibili in grado di amplificarsi con reazioni a catena, che precludono un rientro nei parametri d’equilibrio iniziali.
  • A proposito degli allarmi apocalittici, spesso si fa confusione e si tende a fare confusione tra la “fine del mondo” con la “fine dell’umanità” od anche con la “fine della vita sulla Terra”; tutto questo è fuorviato da un implicito approccio antropocentrico. L’esempio più eclatante di questo è legato a quanto viene detto intorno alle conseguenze dei cambi climatici; in termini assoluti il clima sulla Terra ha subito variazioni molto più consistenti di quelli previsti attualmente, ci sono state epoche geologiche in cui non esistevano affatto le calotte polari così come vi sono state glaciazioni, le temperature medie mondiali sono state di vari gradi superiori o inferiori a quelle attuali e i livelli marini sono stati anche decine di metri più alti o più bassi di quelli attuali. Risulta quindi evidente che nell’economia del pianeta due gradi di innalzamento di temperatura o una variazione di alcuni metri di altezza dei livelli dei mari siano inezie; ciò che non è in grado di superare gli eventi citati non è la vita sul pianeta, ma la società umana così come è ora, questi fenomeni non segneranno la “fine della vita” o la “fine del pianeta”, ma segneranno la fine della società umana attuale; fine che potrà darsi in modalità anche decisamente traumatiche.
  • Il sistema capitalistico fin dai suoi esordi nel corso di quello che viene definito il “lungo XVI secolo” si è sviluppato attraverso il sistema naturale, dando origine a quella che definiamo ecologia-mondo, attraverso due meccanismi principali di valorizzazione: lo sfruttamento del lavoro [estrazione del plus-valore] e l’appropriazione delle capacità di produzione della natura sotto forma di lavoro non pagato.
  • La fase di appropriazione è quella che più ci interessa dal punto di vista delle conseguenze ambientali. Il capitalismo ha superato le sue crisi sempre attingendo a quelli che vengono definiti i quattro fattori a buon mercato [i cosiddetti four cheaps]: cibo, energia, materie prime e lavoro. Appropriazione che avveniva in funzione dell’apertura di nuove frontiere, ossia di nuovi territori, ambienti e nature da cui poter estrarre “beni gratuiti” e da trasformare in mercati [es: prima il continente americano, poi tutti gli imperi coloniali]

Dobbiamo partire da questi punti per mettere a fuoco quella che dovrà essere una piattaforma ambientalista che come primo e imprescindibile punto dovrà essere in grado di muoversi in completa autonomia rispetto al sistema politico/economico/sociale dominante, deve diventare patrimonio comune la consapevolezza di come sia impossibile risolvere le problematiche ambientali e climatiche pensando di continuare a muoverci all’interno di un quadro di riferimento capitalistico.

Non può esistere alcuna “green economy”, nessun “green new deal” sarà in grado di garantire il tanto declamato sviluppo sostenibile [all’interno del modo di produzione capitalistico]; anzi una delle prime operazione dovrà essere quello di mettere a critica proprio tale concetto. In ambito capitalistico quando si dice sviluppo si sottintende crescita, abbiamo già visto come il concetto di crescita non sia compatibile con la finitezza del pianeta e delle sue risorse materiali; pertanto, complice anche l’entropia con il secondo principio della termodinamica, nessuna crescita può davvero essere sostenibile sul lungo periodo. In particolare studiando l’evoluzione storico/geografica del capitalismo negli ultimi 500 anni si vede come ogni crisi si sia risolta attraverso l’apertura di nuove frontiere che potessero garantire l’appropriazione sostanzialmente gratuita del patrimonio della biosfera, ora siamo di fronte all’erosione e sparizione di tutte le frontiere che si sono via via aperte; anche se ci riferiamo a frontiere in senso lato, cioè non solo a frontiere territoriali, ma anche frontiere tecnico/scientifiche.

La rivoluzione verde del secondo dopoguerra aveva promesso di garantire la disponibilità di cibo a buon mercato per tutta la popolazione mondiale, promessa che non è stata mantenuta; l’ultima frontiera del biotecnologico, dell’ingegneria genetica, non è riuscita ad aumentare significativamente le rese della produzione agricola, è servita solo a depredare e spostare la ricchezza dalle mani dei contadini del mondo in quelle delle multinazionali del biotech.

Il neoliberismo, fase attuale del capitalismo, non potendo depredare l’oro e l’argento delle Americhe come nel periodo classico dell’accumulazione originaria, ha lavorato per estrarre la massima ricchezza dall’economia reale [Moore]; non avendo a disposizione nuove frontiere fisiche, ha agito attraverso la finanziarizzazione mettendo a valore ogni aspetto della vita sociale, aprendo al mercato e mettendo a profitto ogni aspetto della vita umana e non-umana, ogni attività produttiva e riproduttiva, nella ricerca di nuove aree da saccheggiare [fondi pensione, servizi sottoposti a privatizzazioni, fonti di acqua ed energia svuotate].

Ma la fine delle frontiere sta precipitando la crisi del sistema neoliberista, dal 2008 in poi, in una fase che appare senza ritorno; anche la promessa della rivoluzione informatica e del tanto decantato “internet delle cose” non sembra poter sopperire [se si rimane nel quadro dei rapporti di produzione capitalistici] all’esaurimento dei “four cheaps”, ed il sistema in assenza della possibilità di continuare ad appropriarsi di ingenti risorse naturali gratuite, non appare in grado di reggersi e tantomeno di superare la crisi ambientale [ma non solo] attuale. In altre parole è saltato il duplice riduzionismo che vede l’ambiente come una risorsa infinita e gratuita ed allo stesso tempo l’ambiente come una discarica di rifiuti altrettanto infinita e gratuita.  Questo è confermato anche dagli studi fatti in relazione ai “limiti dello sviluppo”, dal primo rapporto del 1972, già citato, fino all’ultimo rapporto del medesimo gruppo [“i nuovi limiti dello sviluppo”] e tutti dati disponibili in relazione all’evoluzione dei parametri ambientali: emissioni di CO2, esaurimento delle risorse materiali, impossibilità nell’aumentare e spesso anche solo di mantenere le rese dei terreni agricoli, incapacità (per mancata capienza e lentezza nella rigenerazione) dei pozzi planetari di accogliere gli scarti e gli scarichi delle attività produttive.

Possiamo articolare i punti della piattaforma in relazione ai quattro fattori a buon mercato di cui necessita il capitale per poter procedere nei suoi processi di appropriazione [Cibo, Energia, Materie Prime e Lavoro], dal punto di vista di una piattaforma ambientale sono centrali i primi 3.

Rimane fondamentale che le battaglie ecologiste siano strettamente interconnesse con la battaglia politica complessiva per il superamento del capitalismo, anzi ne sia uno dei cardini in un reciproco processo di rafforzamento sinergico; se è vero che “l’ecologia senza anticapitalismo è solo giardinaggio” dobbiamo aver presente che forse “la lotta di classe senza ambientalismo rischia di essere un genocidio”, nel senso che la lotta per superare il modello di ecologia-mondo del capitalismo neoliberista non può prescindere dal recupero della possibilità di vivere per la popolazione in un ambiente adeguato ed in un rapporto che dovrà essere diverso, quindi una nuova ecologia-mondo postcapitalista.

Quindi dobbiamo prefigurare un modello ecologico/sociale che metta al bando la legge del profitto, i processi di sfruttamento [del lavoro umano] e di appropriazione [delle nature non umane], che rompa i vincoli del mercato.

Per poter definire in maniera adeguata una piattaforma ambientalista/anticapitalista, si potrebbe in primo luogo mettere a critica il concetto di “antropocene”, che si è andato affermando e che è alla base di tanta pubblicistica greenwashing, sostituendolo con il più adatto “capitalocene”. Infatti il concetto di Antropocene pare sottintendere che gli effetti  sull’ambiente dipendano dall’umanità globalmente intesa, cioè che siano connaturati in una sorta di dinamica umanità/ambiente naturale [nella logica cartesiana sopra citata] e siano in una qualche misura ineluttabili e senza alcuna precisa responsabilità; risultando sostanzialmente assolutoria e lasciando credere che basterebbe che “l’uomo” imparasse a rispettare l’ambiente, a rapportarsi in maniera corretta, per risolvere tutti i problemi. Da qui le strategie green e il mito dello sviluppo sostenibile.

Viceversa se definiamo la nostra era Capitalocene, ponendo l’inizio della stessa nel lungo XVI secolo, mettiamo in chiaro fin da subito che la responsabilità di quanto accade non è genericamente dell’umanità [intesa come un tutt’uno indistinto] e non è dovuta alle interazioni dell’umanità stessa sul sistema naturale come se si trattasse di due entità separate; bensì mettiamo l’accento sul fatto che l’attuale situazione è il risultato di un processo evolutivo di una ecologia-mondo che si è dato attraverso l’interazione reciproca tra società umana e sistema naturale e che questa ecologia-mondo è determinata in tutte le sue forme dalle relazioni produttive, dalle forme di potere e dai processi di valorizzazione ed appropriazione sopra descritti. In sintesi non è l’umanità, genericamente intesa, che sta distruggendo l’ambiente, ma la responsabilità sta nel modello economico capitalistico dominante e che se rimangono validi i paradigmi di tale modello, al suo interno non è pensabile alcun tipo di “sviluppo sostenibile”.

Date queste premesse i punti concreti della nostra piattaforma saranno relativi a:

  1. Energia [Decarbonizzazione dei cicli energetici/energie rinnovabili]
  2. Acqua
  3. Utilizzo del suolo [agricoltura, cementificazione]
  4. Consumo risorse materiali

Questi 4 punti sono centrati sulle risorse disponibili, quello che potremmo definire il patrimonio naturale disponibile sul pianeta.

La lista dettagliata sarebbe lunghissima, possiamo dare una chiave di lettura indicando come si dovrebbero declinare le possibili campagne legate ai punti nodali di piattaforma, in modo che siano coerenti con quanto sostenuto nelle premesse; dobbiamo da un lato avere sempre presente il quadro complessivo e capire in quale modo il tema specifico si deve declinare in relazione ad un processo di superamento dell’attuale ordine economico, dall’altro rompere la gabbia delle compatibilità e trovare le soluzioni autonome che siano fuori dai processi di valorizzazione e appropriazione del capitale, consapevoli che all’interno del sistema dato questo sarà possibile solo come trasformazione locale.

Energia.

L’energia è motore di ogni processo; ogni trasformazione che si da può essere vista, tra le altre cose, come un trasferimento di energia e come una trasformazione di energia da una “forma” ad un’altra; la termodinamica ci insegna che l’energia si conserva in tutti i processi, ma allo stesso tempo si degrada in maniera irreversibile, quando si dice che “consumiamo” energia, ciò che stiamo realmente facendo è trasformare l’energia dalle sue varie forme a energia termica a bassa temperatura [cioè la stiamo degradando] e così facendo aumentiamo l’entropia; quindi dal punto di vista strettamente scientifico sarebbe più opportuno misurare l’aumento di entropia in luogo del “consumo di energia”.

All’aumento di entropia è impossibile sfuggire, si tratta di un processo ineliminabile che, alla lunga, porterà alla “morte termica” dell’intero universo, comunque, sulla nostra scala umana e planetaria e nell’ordine di grandezza dei tempi storici, possiamo trascurare questo aspetto.

Il costante aumento di entropia generato da tutti i processi vitali e non che si danno sul pianeta può essere [e in effetti viene] ripagato con una “sorgente” di energia che possiamo considerare illimitata e che rifornisce continuamente e incessantemente la Terra in enormi quantità; di fatto l’energia è l’unica entità che non è a somma zero nel sistema planetario visto che ci giunge dall’esterno del pianeta sotto forma di radiazione solare.

Se ci si pensa quasi la totalità dell’energia che possiamo trovare e sfruttare sulla Terra nelle sue varie forme ha come origine iniziale l’energia solare [sfuggono solo alcune forme di energia nucleare e le energie dovute agli effetti di maree, di origine gravitazionale, ma come entità sono molto più scarse e comunque molto più difficili da sfruttare].  I meccanismi attraverso i quali l’energia dal sole viene inglobata nella terra sono principalmente due: la fotosintesi clorofilliana e l’assorbimento diretto da parte dei fluidi terrestri [atmosfera e acque superficiali]; il primo meccanismo sta alla base di ogni processo vitale fornendo l’ossigeno all’atmosfera e sostenendo alla base tutte le catene alimentari del sistema vivente, il secondo processo, attraverso complicati e sensibili equilibri, è ciò che determina in grande parte i processi legati al clima, con particolare attenzione al ciclo di evaporazione e ricaduta dell’acqua; ovviamente, come sempre accade tutti meccanismi sono in relazione tra loro.

Quando si bruciano combustili fossili, si libera energia solare immagazzinata nei combustibili stessi da processi fotosintetici nell’arco di milioni e milioni di anni; ma così facendo stiamo liberando in un tempo brevissimo una grande quantità di CO2 che sta alterando i delicati equilibri di scambio energetico tra il pianeta e l’esterno con effetti sul clima che saranno potenzialmente catastrofici relativamente agli insediamenti umani.

La liberazione di queste quantità di CO2 contiene in sé tutti gli elementi critici sopra descritti e non ammette soluzioni diverse da quella che prevede un suo drastico calo, ovviamente ci stiamo riferendo alle emissione di origine antropica, infatti l’anidride carbonica ha un suo ciclo naturale che coinvolge quantità in termini assoluti anche più grandi di quelle dovute alle attività umane, ma le emissioni dovute all’utilizzo dei combustibili fossili stanno alterando l’equilibrio di questo ciclo con le conseguenze che, oramai, dovrebbero essere note a tutti/e.

Siccome la grandissima parte della CO2 emessa in eccesso è quella derivante dall’utilizzo dei combustibili fossili appare chiaro quali debbano essere le nostre rivendicazioni:

  • Fine dell’utilizzo dei combustili fossili [Decarbonizzazione dei cicli energetici]
  • Sviluppo delle tecnologie volte a sfruttare l’energia solare [le cd. Rinnovabili]
  • Promozione di reali ed efficaci politiche di risparmio energetico
  • Riconoscimento del fatto che l’energia debba essere un “bene comune”
  • Dal punto di vista tecnologico la forma di energia più facile da usare, da trasportare e con un minore impatto locale durante l’uso è sicuramente quella elettrica. Quindi questa è la forma da privilegiare come forma di uso, ovviamente deve trattarsi di energia elettrica non prodotta attraverso la combustione dei fossili e, ovviamente, neppure di origine nucleare.

Acqua

L’acqua tra le risorse materiali occupa un posto particolare, tanto che vale la pena di trattarla a parte. In questo campo, dal punto di vista della piattaforma, non c’è praticamente nulla da inventare, tra i temi di carattere ambientale è sicuramente quello che ha avuto la maggior parte delle attenzioni, basti ricordare la campagna referendaria vittoriosa sul tema.

I punti di piattaforma sono già stati messi a punti dai vari movimenti, mentre anche a livello geopolitico è un argomento studiato ed approfondito. [vedi]

La vittoriosa campagna referendaria può, però, esserci di monito per ricordarci come le vittorie parziali non abbiano alcun valore se non si riescono a mettere in moto processi di reale cambiamento dell’organizzazione sociale. Chi si fosse illuso di poter costruire piccoli pezzi di economia alternativa, di poter estrarre una così fondamentale risorsa dai circuiti di mercato restando interni al sistema dominante, si è scontrato con la dura realtà e ha visto i suoi sforzi e la “vittoria” totalmente vanificati, abbiamo un perfetto esempio di come non siano pensabili strategie parziali che prevedano soluzioni di problemi rimanendo all’interno delle compatibilità capitalistiche e di mercato.

Utilizzo del suolo

Su questo punto si devono articolare campagne dirette a preservare il suolo in quanto luogo principe deputato a sostenere la fotosintesi e a fornire la base del sostentamento alimentare della popolazione mondiale.

Su questo versante il problema principale è quello della cementificazione [e asfaltizzazione] dei suoli, nel pieno delirio del mito della “crescita” una delle attività più diffuse è quella delle costruzioni; costruzioni di qualsiasi tipo [case, alberghi, capannoni, impianti, strade ecc…] molto spesso con fini speculativi, queste costruzioni si tende a farle nei terreni migliori [pianure] che sono anche quelli che hanno le migliori rese in termini di coltivazione, con l’ovvio risultato che ogni anno ettari ed ettari di terra produttiva viene coperta da colate di cemento ed asfalto; con la duplice conseguenza di togliere terra produttiva dal punto di vista della produzione di cibo e in seconda battuta introdurre l’obbligo di aumentare la pressione sulle terre rimanenti in termini di sovrasfruttamento agricolo che ne provoca l’impoverimento e quindi una sempre maggiore richiesta di ausili chimici [fertilizzanti, pesticidi], nonché l’ingegnerizzazione delle sementi.

Su questo punto la nostra piattaforma, per esempio, dovrà sostenere:

  • Opposizione ai processi di cementificazione e ogni speculazione edilizia
  • Favorire il recupero e restauro di quanto già costruito in luogo di nuove costruzioni
  • Opposizione alla possibilità di brevettare le sementi
  • Contrasto alle multinazionali del biotech
  • Appoggio alle lotte per la “sovranità alimentare”
  • Contrasto alle opere infrastrutturali inutili
  • Favorire forme di agricoltura di basso impatto
  • Eliminazione o forte limitazione delle monocolture estensive e, soprattutto, dei mega allevamenti intensivi [tra l’altro formidabili produttori di CO2]

Consumo delle risorse naturali

Questo punto chiama in causa due aspetti centrali: da un lato la logica consumista che si è andata affermando, spinta dalla logica di mercato, che porta ad un circolo vizioso di produzione/consumo/smaltimento che ha come scopo la massimizzazione delle vendite e dei profitti, logica che arriva a prevedere i meccanismi di obsolescenza programmata e tutte le altre storture insiste nei meccanismi commerciali; l’altro aspetto è quello relativo alla distorta struttura dei prezzi, nel sistema produttivo votato al consumismo spesso nella struttura dei prezzi vengono trascurate alcune componenti così che i prezzi stessi risultano artificialmente bassi [tanto da dare origine alla classica situazione in cui appare meno costoso sostituire l’artefatto in luogo di ripararlo, ulteriore meccanismo che favorisce la pratica “dell’usa e getta”] in relazione al loro reale impatto sull’ambiente, spesso il prezzo delle materie prime è artificialmente basso a seguito di processi di appropriazione e nel costo dell’artefatto non vengono inclusi i costi indiretti dovuti allo scarico di residui ed inquinanti nei pozzi planetari, costi che se calcolati in termini di spese per la salute a causa dei vari inquinanti, spese causate da eventi atmosferici legati ai cambi climatici indotti dalle emissioni, risulterebbero altissime. Ma in genere essendo questo tipo di costi scaricati in vario modo sulla collettività non entrano nella composizione del prezzo.

I punti specifici relativi potrebbero essere:

  • Contrastare la logica “dell’usa e getta”
  • Favorire le produzioni che producono meno scarti, inquinanti e sottoprodotti
  • Politiche tese a far emergere i costi sommersi, caricare i futuri costi indiretti ambientali sulle produzioni, incentivando in questo modo processi ecocompatibili
  • Eliminazioni di produzioni superflue
  • Eliminazione o riduzione al minimo degli imballi
  • Contrasto all’eccessivo proliferare della grande distribuzione organizzata (GDO)

All’interno di queste direttrici si possono identificare macro aree su cui intervenire, che sono peculiari e generatrici di crisi in funzione del modello di sviluppo dominante e su cui è importante agire, in particolare rispetto all’esaurimento [riempimento] della capacità dei pozzi planetari entro cui vengono scaricati gli scarti ed i rifiuti [atmosfera, acque superficiali e suolo]. Come è facile vedere tali aree di intervento sono strettamente legate/contenute all’interno della cornice generale delineata dai 4 punti precedenti:

  1. Rifiuti zero

I rifiuti si dividono i due macro categorie, quelli industriali [residui e scarti delle produzioni di artefatti e beni di consumo, inclusi i rifiuti delle filiere agroalimentari] e i cosiddetti RSU [rifiuti solidi urbani], con una menzione particolare relativa agli imballi [vedi plastica]

In questo campo sono presenti varie esperienze e sono disponibili materiali, in particolare si fa un gran parlare di “raccolta differenziata” ecc… Va tutto bene, ma è importante ricordare che la raccolta differenziata degli RSU non è il punto centrale del problema, va sicuramente incentivata, ma la soluzione del problema sta nella non produzione dei rifiuti stessi. Il declamato obiettivo di “rifiuti zero” non deve essere confuso con la “raccolta differenziata”, in quanto differenziare gli RSU non vuol dire eliminarli, può sembrare banale, ma spesso il punto centrale si perde.

Bisogna poi considerare che enormi quantità di rifiuti e scarti [spesso anche pericolosi] provengono direttamente dalle produzioni industriali e agroalimentari, in questo caso è necessario agire direttamente sui cicli produttivi.

  • Inquinamento [aria, acque, suolo]

Si tratta di una precisa tipologia di rifiuti e scarti che sotto forma di sostanze chimiche vengono disperse in varie maniere nei pozzi planetari, cioè nell’atmosfera, nei mari, nelle acque dolci superficiali [ma che possono raggiungere anche quelle sotterranee] e nei suoli.

Per tutti gli inquinanti, [a prescindere dalla particolare pericolosità immediata di alcuni di questi che devono semplicemente essere eliminati dai processi produttivi], è di fondamentale importanza quanto detto in premessa in relazioni ai cicli, cruciale è la necessità di mantenere la stabilità dei cicli stessi, quindi la velocità di emissione degli inquinanti non deve superare la capacità di rigenerazione e digestione dei pozzi planetari.

  • Blocco delle produzioni nocive
  • Inserimento dei costi ambientali e di smaltimento nella struttura dei prezzi
  • Potenziamento delle strutture di controllo degli inquinanti
  • Plastica

La plastica [in tutte le sue forme] rappresenta il materiale tecnologico simbolo del XX secolo, nonostante sia solo dal secondo dopoguerra che viene prodotta in maniera massiccia è già diventato il terzo materiale più prodotto e comune sul pianeta dopo cemento e acciaio. La sua produzione ha avuto un aumento esponenziale che non accenna a fermarsi nonostante gli allarmi. Rappresenta sia un inquinante che un rifiuto, vale la pena di dedicare una menzione specifica in quanto riassume in sé tutte le problematiche generali accennate nei punti precedenti a cominciare dal “mito” della plastica riciclabile.

Si tratta di un materiale che può risultare molto utile, in talune applicazioni indispensabile [apparecchiature elettriche ed elettroniche]. Durevole e di basso costo, questi pregi ne divengono anche i principali difetti allorquando si afferma l’usa e getta; un altro aspetto problematico è quello citato degli imballaggi che oggi sono quasi esclusivamente di plastica e rappresentano una quantità norme di rifiuti:

  • Eliminare la plastica monouso [usa e getta]
  • Limitarne l’uso ai soli casi ove risulta insostituibile
  • Migliorare la gestione del ciclo vitale di tutte le plastiche [recupero, riutilizzo, riciclaggio]
  • La plastica usata per fini energetici è equivalente ai combustibili fossili, con l’aggravante di una combustione maggiormente inquinante.
  • Mobilità sostenibile

La piattaforma relativamente a questo punto sarebbe da inserire all’interno della questione energetica/decarbonizzazione. L’unica forma di mobilità sostenibile sarebbe quella che prescinda dai combustibili fossili, il traffico veicolare è attualmente una fonte gigantesca di inquinamento locale urbano molto pericoloso per la salute, nonché uno dei principali responsabili delle emissioni di COa livello planetario.

  • Sviluppo e sostegno del trasporto pubblico
  • Diminuzione del volume di merci movimentate su gomma
  • Mobilità elettrica, in particolare nelle città [abbattimento inquinamento locale]
  • Organizzazione della mobilità intelligente all’interno delle aree urbane in particolare
  • No grandi opere

La logica delle “grandi opere” contiene tutti i vizi già citati in precedenza ed è in genere non sostenibile neppure a corto raggio, in molti casi si tratta di manovre con un grande fondo speculativo.

Anche in questo caso, come nel caso dell’acqua, non abbiamo necessità di definire una nostra piattaforma, si tratta di partecipare e collaborare alle varie campagne già in campo.

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