sabato, Aprile 20, 2024

Cent’anni di Franco Basaglia e l’eredità (dal futuro incerto) della sua opera monumentale

DI Federica Sgorbissa.

11 marzo 2024
Le Scienze- Edizione italiana di Scientific American
http://www.lescienze.it/

Un secolo fa nasceva lo psichiatra che ha riformato radicalmente la salute mentale italiana e ha rivoluzionato il modo in cui pensiamo al malato e alla malattia mentale. Ma questa sua lezione oggi sembra dimenticata.

 “Un altro mondo era possibile”, questo secondo lo psichiatra Mario Novello è quello che Franco Basaglia ha voluto dimostrare. L’11 marzo 2024 avrebbe compiuto 100 anni e anche se il destino gli ha concesso una vita ben più breve, solo 56 anni, è riuscito a compiere un’opera monumentale: riformare radicalmente la salute mentale italiana ma soprattutto rivoluzionare il modo in cui noi tutti pensiamo al malato e alla malattia mentale.

Ricordato per la “chiusura dei manicomi”, conseguenza diretta della legge 180, anche nota come “legge Basaglia”, è stato un medico psichiatra e un grande intellettuale.

“La sua originalità è quella di aver visto con altri occhi la dimensione falsata della realtà manicomiale”, spiega Novello (autore con Giovanna Gallio del libro Franco Basaglia e la psichiatria fenomenologica), che con Basaglia ha collaborato a lungo. “Lo ha fatto nella pratica ma con profonde radici dentro la cultura europea della prima metà del Novecento, ispirandosi a figure come Karl Jaspers, Eugéne Minkowski e Ludwig Binswanger. Questa sua dimensione culturale si è poi tradotta nella pratica psichiatrica.” 

La narrazione che oggi spesso troviamo sulla sua figura lo dipinge come l’eroe solitario e controcorrente, ma in realtà, spiega Novello, Basaglia non è mai stato solo, anche intellettualmente, perché si è inserito in una visione condivisa e ben radicata nell’Europa di quegli anni. Non soltanto un visionario dunque, ma una mente brillante capace di tradurre il pensiero in pratiche.

Nato nel 1924 a Venezia, segue gli studi di medicina a Padova dove si laurea. Antifascista convinto, viene per questo incarcerato dalle autorità della Repubblica Sociale quando è ancora uno studente. Questa esperienza avrà importanti conseguenze anche nella sua visione del manicomio. Finita la guerra, si specializza in malattie nervose e mentali, sempre a Padova, e mantiene parallelamente interessi eclettici, specialmente in filosofia. Questo, secondo più di qualcuno, gli sarebbe costato la carriera accademica. Gli viene invece proposta una posizione come direttore al manicomio di Gorizia.

Il resto è storia: l’impatto con la realtà manicomiale è sconvolgente, come scriverà anche lui. “La prima reazione è stata di scappare. Poi, per onestà intellettuale e responsabilità ha deciso di rimanere”, spiega Novello. Basaglia si rifiuta di essere un carceriere: non si può chiamare ospedale un luogo in cui i degenti sono privi della libertà e di tutto ciò che necessita a un essere umano. Nei quasi dieci anni anni a Gorizia, Basaglia migliora le condizioni di autonomia degli internati restituendo loro la soggettività, elimina le pratiche di contenzione, introduce incontri assembleari fra degenti e personale sanitario. “Apre” il manicomio – che fino ad allora era rimasto un luogo separato dal resto del mondo – facendo entrare familiari e visitatori.

Nonostante tutto però, capisce presto che non è ancora sufficiente: il manicomio non va “aperto”, va proprio chiuso e smantellato. Alla fine degli anni sessanta lascia Gorizia e trascorre qualche mese negli Stati Uniti. “A New York capisce quale sarebbe stata la prospettiva futura”, racconta Novello. Tornato in Italia e dopo una breve parentesi in Emilia, arriva a Trieste. Con un piano.

Michele Zanetti, ventisettenne presidente democristiano della provincia di Trieste sotto la cui amministrazione stava allora il manicomio di San Giovanni, gli dà carta bianca. Quelli dal 1971 al 1979 sono anni intensi, che vedono Basaglia affiancato da professionisti, ma anche intellettuali e artisti, che arrivano a Trieste tutti uniti in uno sforzo comune.

A Trieste c’è anche Novello, giovane medico specializzando. “Io ero all’accettazione,” racconta, “praticamente il fronte fra la città e il manicomio. Qui arrivavano le persone in crisi, portate dalla polizia, legate, non con una diagnosi psichiatrica, ma col certificato di ‘persona pericolosa per sé e gli altri’”. Secondo una legge del 1904 le persone potevano essere internate in manicomio per tutta la vita se entro 30 giorni non potevano essere dimesse, in assenza di ogni servizio. In quegli anni sono tantissimi gli esuli istriani e dalla Dalmazia che finiscono nel manicomio triestino.    
Basaglia quindi non è solo, nemmeno nella pratica: medici, infermieri e tanti altri sono al suo fianco. Il lavoro quotidiano ha una forte componente partecipativa. “C’era il rito sacro quotidiano della riunione delle 5, in cui Basaglia incontrava noi operatori e chiunque volesse partecipare. Queste assemblee erano, oltre che ‘affumicate’, perché tutti fumavano in una maniera indecente, anche molto ricche, partecipate, con posizioni diverse che si confrontavano”.

Basaglia dimostra avere anche grandi doti politiche: nel 1978 viene approvata legge 180 e sancita la fine dell’istituzione manicomiale. Il primo manicomio a chiudere è quello triestino nel 1977, l’ultimo, a poco più di vent’anni di distanza, sarà – ironia della sorte – quello di Udine a opera proprio di Mario Novello. Basaglia muore a Roma, dove si è trasferito per seguire gli sviluppi della riforma, nel 1980, solo due anni dopo la legge e l’istituzione del servizio sanitario nazionale, per un tumore al cervello.

Cosa rimane oggi della sua opera? La salute mentale continua a non essere al centro dell’attenzione dell’amministrazione pubblica: “I bilanci sono disastrosi. Ci sono paesi europei che per la salute mentale spendono dal 9 al 12-15 per cento della spesa sanitaria complessiva, in Italia si arriva a stento al 4 per cento, ma più spesso meno”,  spiega Mario Colucci, psichiatra del Dipartimento di salute mentale (DSM) dell’Azienda sanitaria giuliano isontina e autore con Pierangelo Di Vittorio del libro Franco Basaglia.

Il problema però non sono solo gli investimenti. L’organizzazione dei servizi per la salute mentale sul territorio nazionale è disomogenea, come lo è per tutti gli altri servizi sanitari, e in più, spiega Colucci,  “tanta salute mentale è diventata solo managerialità, economicismo”.

La lezione di Basaglia, che voleva la persona, il suo benessere e la sua salute al centro, sembra essere stata dimenticata. “Basaglia ha sempre voluto tenere insieme quello che si fa e quello che si pensa”, spiega Colucci, riferendosi ai fondamenti filosofici, “ma oggi nei corsi universitari non lo conosce nessuno, non si studia”. Colucci, che lavora nel contesto del Friuli-Venezia Giulia, una delle poche realtà dove la riforma si è realizzata almeno in parte, spiega che nella maggior parte del nostro paese “non si è creata una cultura del territorio, della prossimità, della presa in carico della situazione all’interno del contesto. Non c’è attenzione per i determinanti di salute: la casa, il lavoro, la socializzazione. Non si può provvedere solo alla malattia, bisogna che la persona abbia un’abitazione, un lavoro, quindi, una capacità di reddito, e dei legami sociali”.

Nel 2024 quindi le criticità sono ancora tante. Un altro tema caldo è quello degli operatori privati, che in alcune Regioni, fra le quali spicca il Lazio, vengono spesso incaricati di gestire la salute mentale dall‘amministrazione pubblica, con risultati disastrosi. La giornalista Ludovica Jona ha coordinato l’inchiesta The Business of Madness, realizzata con il contributo di Journalism fund Europe, raccontata anche nel podcast Tutta colpa di Basaglia.

“Nell’inchiesta emerge che a 45 anni dall’approvazione della legge 180 c’è un forte rischio di re-istituzionalizzazione attraverso strutture residenziali private, convenzionate con le Regioni,” spiega Jona. “Organizzazioni di medici come la SIEP (Società italiana di epidemiologia psichiatrica), di parenti come l’UNASAM (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale) e di volontari come Caritas e Sant’Egidio, ma anche un rapporto dell’Istituto superiore di sanità, sono concordi nel denunciare come una parte significativa delle strutture residenziali private, definite sulla carta ‘riabilitative’, non lavorano per la reintegrazione nella società dei pazienti psichici, ma stanno diventando sempre più ‘case per la vita’ da cui i malati spesso non possono uscire liberamente“. Secondo Jona, all’origine di questa situazione c’è un impoverimento dei CSM in molte regioni. “Dove questi funzionano bene, come in Friuli-Venezia Giulia, dove i servizi territoriali sono attivi h24, non risultano esserci residenze psichiatriche convenzionate.”

Un legame forse non ovvio con la riforma basagliana oggi lo troviamo anche nella gestione dei migranti e della loro salute mentale. Anche qui la città di Trieste è un luogo cardine: dove quarant’anni fa si restituivano dignità e cittadinanza ai malati di mente (molti di questi esuli dalla Jugoslavia – e quindi migranti anche loro), ci sono realtà, come ICS-Consorzio italiano di solidarietà, che si occupano dell’accoglienza dei migranti che oggi percorrono la rotta balcanica, in uno spirito in linea – non a caso – con la visione di Basaglia. La salute mentale è un tema centrale per i migranti: quelli che arrivano dalla rotta balcanica hanno spesso subito violenza, soprusi, situazioni di forte incertezza, che incidono fortemente sulla loro salute psichica, anche se questo aspetto viene messo in secondo piano.

Il modello dell’accoglienza proposto a Trieste è “diffuso” sul territorio, opposto a un’idea di istituzionalizzazione. Giacomo Bonetti è uno psicologo che collabora con ICS: “Cerchiamo il più possibile di assistere le persone nell’accesso ai servizi sanitari pubblici, i migranti che fanno richiesta di asilo hanno tutta la documentazione necessaria, proprio per farli uscire dall’istituzione e creare condizioni di vita più normali possibile”.

Come spiega Bonetti, altri modelli di gestione – come i CARA e gli altri centri di accoglienza collettiva – prevedono che l’assistenza sanitaria a dozzine o centinaia di persone venga affidata a una manciata di professionisti che lavorano nei centri. Situazioni di questo tipo possono a loro volta peggiorare il disagio degli accolti e risultare disumanizzanti.

In un paese che affronta oggi difficoltà evidenti nella gestione di tutta la salute pubblica può forse sembrare un’utopia mettere in pratica un modello apparentemente complesso come quello proposto da Basaglia.

Colucci la pensa diversamente: “Io sono convinto, dopo tanti anni che faccio lo psichiatra, che organizzare dei buoni servizi alla fine non è una cosa impossibile, ci vuole formazione culturale e buona volontà degli operatori, ci vogliono risorse: c’è già una buona legge e le buone pratiche triestine non sono un’eccezione assoluta, sono una possibilità”.

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