L’impegno del Ministro Valditara nel ridisegnare il sistema dell’istruzione e della formazione italiano si è espresso in molti interventi, per lo più estemporanei, che anticipano le intenzioni, e in iniziative legislative che non paiono guidate da un disegno organico: da una parte, annunci finalizzati a saggiare le reazioni della categoria, seguite da circolari atte a modificare ‘di fatto’ le metodologie e le modalità della relazione educativa tra docenti e discenti; d’altra parte, riforme introdotte “a pezzi”, cioè in specifici ordini e gradi, forse per evitare una (improbabile, con la diffusa passivizzazione della categoria) “sollevazione” generale del mondo della scuola.
Tale approccio “omeopatico” è in realtà ben più “organico” di quanto non appaia con la serie di esternazioni dai genericissimi principi pedagogici alle reazioni (apparentemente) impulsive suscitate da episodi di cronaca. Il Ministro del Merito propone una scuola del ‘buon senso’, che ripristini i ‘valori tradizionali’ (quali, in una società nel quarto di XXI?), l’autorevolezza (o Autoritarismo?) dei docenti e un tradizionale ordinamento disciplinare; al contempo, l’apertura al mondo delle imprese e dei territori (pallino fisso del neoliberismo bipartisan da trent’anni: le scuole “infiltrate” da CdA aziendali per orientare programmi e fissare obiettivi di “addestramento” per manodopera flessibile piuttosto che di educazione alla cittadinanza consapevole …), evidenziato dall’introduzione di Educazione Finanziaria e rimuovendo quella Sessuo-Affettiva, ben più decisiva per la tenuta sociale.
Sono tre i piani che ridefiniscono i principi pedagogici, il ruolo degli insegnanti e il dialogo educativo con le/i discenti nell’era melonian-valditariana: a) voto in condotta, già strumento di valutazione, ora mezzo coercitivo volto ad allineare e inquadrare le/i alunne/i (compendiato dalla responsabilità penale dei minorenni); b) perimetrazione e restrizione degli spazi di socializzazione e disciplinamento della componente studentesca che, anziché contrastare bullismo e violenza, alimentano rabbia e frustrazione; c) le discriminazioni striscianti verso alunne/i ‘straniere/i’, tra cui rientra la ‘mappatura’ (o, più esplicitamente: la schedatura!) di studenti di origine palestinese. I “propositi” sono sostanziati con procedure e regolamenti che incidono sul dialogo educativo, sclerotizzano la relazione formativa, rendono più faticoso affrontare le profonde trasformazioni sociali dei discenti e le sfide del nostro tempo.
Il sistema dell’istruzione pubblica si è spostata su un baricentro tradizionalista, come dimostrano le Nuove Indicazioni Nazionali per Scuola Primaria e Secondaria di I grado e quelle per i Licei (bozza di aprile); le riforme degli Istituti Tecnici; l’ennesima modifica all’Esame di Stato (Maturità).
In ordine. Sulle NIN della Primaria e Secondaria di I grado molto si è già detto, ma cii torniamo solo per sottolineare che nella nuova bozza molte delle linee contestate sono sostanzialmente ribadite e riaffermate: se sono state di nuovo separate Storia e Geografia nel biennio (la cui unificazione era stata fortemente avversata dagli insegnanti di Geografia, colpiti nella professionalità), viene peraltro ribadita la centralità della civiltà Occidentale, con una focalizzazione identitaria che urta con la composizione multietnica delle classi, anche liceali, e svilisce una visione aperta della formazione per riaffermare un anacronistico “identitarismo” tradizionalista, privo di spessore e prospettiva. A fronte di un tale “revisionismo culturale”, la partita si sposta sui libri di testo, ovviamente ‘tarati’ sulle NIN, con una campagna di contro-formazione: se è improbabile che rinasca a breve un movimento unitario di docenti, ATA, studenti e famiglie contro lo stravolgimento del sistema dell’istruzione pubblica, è però auspicabile una forma di resistenza scuola per scuola, una lotta “di posizione” che esprima il rigetto integrale, o almeno parziale, dei contenuti “revisionati”, magari con materiale auto-prodotto dagli insegnanti stessi (che sostanzierebbe il principio di libertà di insegnamento, svilito dagli interventi repressivi ministeriali).
Le riforme dei Tecnici (sia la riduzione di un anno con il 4+2, sia l’introduzione di flessibilità dell’orario, con la parziale marcia indietro sulle percentuali orarie) evidenziano la direzione di marcia impressa verso l’aziendalizzazione di tali indirizzi, con nuovi obiettivi che portano de-scolarizzazione e formazione di “manodopera” acritica, prona alle esigenze aziendali e a quelle del Mercato.
Infine, il “nuovo” Esame di Maturità con l’abbandono dell’interdisciplinarietà e il ritorno alle ‘interrogazioni disciplinari’ (con numero ridotto di materie), dopo la preliminare discussione su percorso formativo, progetti di Educazione Civica ed esperienze di Formazione Scuola-Lavoro: un mix indigeribile di ‘tradizionalismo’ e disciplinamento, finalizzati al reclutamento dell’“esercito industriale di riserva” (cioè: il “precariato a vita”!).
Nei prossimi mesi, a partire dal rientro a settembre, ci attende un difficilissimo inizio d’anno scolastico: è auspicabile che la maggior parte della categoria, almeno coloro che hanno partecipato alle manifestazioni per Gaza, reagisca con forza all’ideologia tradizional-mercatista propagandata da Valditara, trasformando il mugugno in azione politica.
Giovanni Bruno

