martedì, Aprile 7, 2026

Cobas Scuola contratto Scuola 2025-2027, tra annunci e realtà, il pesce d’aprile degli aumenti.

Il 1° aprile 2026 è stato sottoscritta, presso l’ARaN, l’ipotesi di accordo per la parte economica del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto Istruzione e Ricerca per il triennio 2025-2027. A sottoscriverla sono stati tutti i sindacati rappresentativi del settore. Anche per questo rinnovo contrattuale i sindacati firmatari hanno sottolineato con enfasi gli aumenti stipendiali, che al contrario, non corrispondono minimamente al recupero del potere d’acquisto perso dalle lavoratrici e dai lavoratori della Scuola negli anni.

L’intesa siglata presso l’ARAN è stata immediatamente presentata come un passo avanti significativo per il Comparto Scuola.  Tuttavia, a uno sguardo più attento, emergono criticità strutturali che mettono in discussione la reale portata degli aumenti annunciati. I Cobas Scuola denunciano con forza quella che definiscono una vera e propria mistificazione, un racconto ottimistico che non trova riscontro nei dati concreti e nelle condizioni materiali di docenti e personale ATA.

Secondo i dati ufficiali, l’aumento medio previsto si attesta intorno al 6%. Una percentuale che potrebbe apparire “decente”, ma che perde significato se confrontata con l’erosione del potere d’acquisto registrata negli ultimi anni.

Solo pochi mesi fa, infatti, la FLC CGIL motivava la mancata firma del CCNL 2022-2024 denunciando l’insufficienza degli aumenti rispetto a un’inflazione che aveva superato il 17%, sottolineando come le risorse stanziate coprissero appena un terzo della perdita reale. Oggi, invece, la stessa organizzazione giudica positivamente un accordo che, pur dichiarando di allinearsi all’inflazione prevista, non recupera affatto il divario accumulato: A differenza del precedente CCNL 2022-2024 – che la FLC CGIL non ha sottoscritto poiché copriva solo 1/3 dell’inflazione del triennio di riferimento – questo accordo tutela immediatamente i salari allineandoli all’inflazione prevista dall’Istat per il triennio. 

Il nodo centrale resta proprio questo. Se nel precedente triennio un aumento medio del 6% ha comportato una perdita dell’11% (dati FLC CGIL) del potere d’acquisto, sarebbe stato necessario prevedere incrementi ben più consistenti, almeno nell’ordine del 17%, per il periodo 2025-2027. Una semplice operazione aritmetica che evidenzia la distanza tra narrazione e realtà. In questo quadro, la coerenza delle valutazioni sindacali appare quantomeno discutibile.

A rendere ancora più fragile l’impianto dell’accordo contribuiscono le stime sull’inflazione futura. Le previsioni ufficiali indicano un 5,9% nel triennio, ma numerosi istituti di ricerca e di analisi economica suggeriscono uno scenario ben più critico. Se queste proiezioni dovessero concretizzarsi, l’erosione dei salari reali sarebbe destinata a proseguire.

Nonostante ciò, i firmatari parlano di un risultato storico, enfatizzando soprattutto la rapidità con cui sono stati conclusi gli ultimi due rinnovi contrattuali. Una narrazione che punta a costruire una vera e propria “ubriacatura dei tempi”, quasi a voler far percepire la velocità come un valore in sé, indipendentemente dai contenuti.

Tuttavia, questa accelerazione non si traduce automaticamente in qualità né, tantomeno, in un miglioramento concreto delle condizioni economiche del personale scolastico. Anzi, il rischio è che proprio questa enfasi sui tempi finisca per offuscare l’aspetto più rilevante: l’inconsistenza degli aumenti, che restano lontani dalle reali esigenze e aspettative di chi lavora nella scuola.Inizio modulo

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E’ grave la conferma di una discriminazione ormai strutturale. Il contratto continua a escludere i docenti con supplenze brevi e saltuarie dal riconoscimento della RPD, così come il personale ATA precario dal CIA. Una scelta che contrasta apertamente con numerose pronunce giurisprudenziali, le quali hanno ribadito il principio di parità di trattamento tra lavoratori che svolgono le stesse mansioni.

Questa situazione alimenta un contenzioso continuo, costringendo migliaia di lavoratori a ricorrere ai tribunali per ottenere diritti elementari. I Cobas Scuola continueranno con le azioni legali, segno evidente di un conflitto che il contratto non solo non risolve, ma contribuisce a perpetuare.

Il quadro complessivo è piuttosto chiaro. Al netto dell’inflazione, le retribuzioni reali di docenti e ATA continuano a diminuire. Non si tratta di una dinamica episodica, ma di una tendenza strutturale che rischia di compromettere l’attrattività stessa del lavoro nella scuola pubblica.

Il personale ATA continua a essere considerato marginale, nonostante svolga un ruolo essenziale per il funzionamento quotidiano delle istituzioni scolastiche. Una sottovalutazione che si traduce in mancato riconoscimento economico e professionale.

Di fronte a questo scenario, la questione non è solo contrattuale ma politica e culturale. La scuola pubblica non può essere trattata come un ambito su cui esercitare politiche di contenimento della spesa. È un pilastro della democrazia, un investimento sul futuro del Paese, e come tale dovrebbe essere sostenuta.

Per i Cobas Scuola, un vero rinnovo contrattuale dovrebbe fondarsi su principi chiari: recupero integrale del potere d’acquisto, parità di trattamento tra personale stabile e precario, riduzione dei carichi di lavoro e stabilizzazione dei lavoratori precari.

Non bastano piccoli aggiustamenti o misure simboliche, è necessario un investimento strutturale che restituisca dignità economica e professionale a chi ogni giorno garantisce il diritto allo studio e la formazione delle nuove generazioni.

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