Un accordo sulla pelle dei docenti

Di gran carriera

Miur e concertativi pronti all’accordo sulla pelle dei docenti

di Rino Capasso

 

La mobilitazione contro la riforma Moratti è stata caratterizzata da una continua crescita sia per il progressivo coinvolgimento di genitori e docenti, sia per l’allargamento della tematica (dalla questione del tempo pieno a tutto l’impianto della riforma) e la radicalizzazione degli obiettivi: ritiro del decreto, in quanto non emendabile, e cancellazione della riforma. È, però, altrettanto vero che l’obiettivo del ritiro del decreto per far saltare i tempi di tutta la riforma (di fare “come per il concorsaccio” o “come Scanzano”) almeno per quest’anno non è stato raggiunto. Da qui due domande: come continuare la mobilitazione? Perché l’obiettivo non è stato raggiunto?

La mobilitazione deve ancora avere quel doppio segno che l’ha caratterizzata quest’anno: fuori e dentro la scuola, cioè manifestazioni e scioperi da una parte e “resistenza” dentro la scuola elementare e media dall’altra, con la prospettiva di ampliare la mobilitazione alle superiori, che l’anno prossimo saranno maggiormente coinvolte dal processo di riforma e dallo stesso taglio degli organici per il completamento a 18 ore (che ha già prodotto effetti negativi, senza, però, far scattare una forte reazione della categoria). La resistenza dentro la scuola, tuttavia, deve essere chiaramente segnata dall’obiettivo del boicottaggio del decreto, senza cedere alla tentazione della riduzione del danno rispetto alla gestione del decreto stesso: in questo senso assume particolare significato la battaglia per il rifiuto di elaborare i criteri per la scelta del tutor da parte dei Collegi docenti e il rifiuto dei libri di testo riformati, mentre l’indicazione fornita dalla Cgil - “siamo tutti tutor” - rischia di conferire una totale discrezionalità al DS. Pari rilievo assumerà la battaglia nelle superiori per rifiutare nei collegi i progetti di sperimentazione dei canali integrati di istruzione e formazione professionale e di alternanza scuola-lavoro.

Ma la mobilitazione è stata segnata dal ruolo ambiguo svolto dalla Cgil e, in generale, dal sindacalismo confederale. La Cgil si è mossa con forte ritardo, entrando in maniera strumentale nella mobilitazione, quando questa aveva già preso piede, con la manifestazione del 29 novembre, convocata in contemporanea con quelle di Bologna e Napoli e a pochi giorni dalle elezioni RSU. La posizione conflittuale assunta dalla Cgil sulle tematiche extra-scuola (difesa dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori) ha alimentato aspettative ed illusioni nel movimento; la stessa vittoria alle elezioni RSU nella scuola aveva, in qualche modo, creato i presupposti perché la Cgil scuola assumesse una posizione più autonoma da Cisl e Uil sul tema della riforma. Tutto ciò non è avvenuto: lo sciopero dalla materna all’università, invocato a gran voce dai Coordinamenti e dai Cobas, e tante volte annunciato (in particolare il 28 febbraio, due giorni prima dello sciopero del 1° marzo dei Cobas) non c’è stato. La lotta alla riforma da parte della Cgil è apparsa diluita e secondaria rispetto ad altre tematiche su cui sono stati convocati due scioperi (riforma delle pensioni e rinnovo dei contratti di tutto il P.I.). Peraltro i due scioperi del 26 marzo e del 21 maggio hanno avuto adesioni inferiori alle aspettative: negli ultimi due anni la scuola ha scioperato con adesioni superiori al 50% solo con scioperi unitari, indetti anche dai Cobas. La mobilitazione per il ritiro del decreto aveva tutte le caratteristiche per riuscire: è stata interna/esterna, è stata popolare, con coinvolgimento di cittadini, associazioni e genitori. È mancato il botto catalizzatore: di chi sia la responsabilità appare sempre più evidente a tutti.

Ma perché la Cgil ha assunto questa posizione ambigua? Qui bisogna fare – ancora una volta! – “un passo indietro e due avanti”.

Nelle tante assemblee fatte con genitori e docenti, abbiamo sempre sottolineato il rapporto strettissimo tra la figura del docente tutor e l’art. 22 del contratto, che prevede la costituzione di una commissione formata da Aran, Miur e OOSS firmatarie per elaborare ipotesi di carriera professionale dei docenti già per il biennio contrattuale 2004-05. Il docente tutor (o meglio docente-capo), sarà “prioritariamente responsabile” dei risultati degli studenti, coordinerà l’attività didattica degli altri docenti, curerà l’orientamento, i rapporti con le famiglie e il portfolio delle competenze, farà (nelle elementari) almeno 18 ore in classe, sarà scelto dal DS e sarà anche pagato di più! Di qui la gerarchizzazione e competizione individuale tra i docenti, l’aziendalizzazione che entra nel vivo della didattica e la drastica riduzione del pluralismo e della democrazia.

Lo scorso 24 maggio la commissione, che ha lavorato per 5 mesi in modo normalmente segreto, ha prodotto il suo documento. Dalla premessa al documento e dalla nota della Cgil si ricavano una serie di “rassicurazioni significative”: “lo sviluppo della carriera non deve prefigurare gerarchie professionali”, la contrattazione della carriera dei docenti “non ha alcuna attinenza con quanto previsto dall’art. 43 del Ccnl”, il quale prevede che le norme contrattuali sui docenti sono “suscettibili delle modifiche che in via pattizia si renderanno necessarie in relazione all’entrata in vigore della legge n. 53/03 e dei connessi decreti attuativi”. Si tratta di una norma che avevamo interpretato come una accettazione della filosofia generale della riforma, i cui effetti in materia contrattuale andavano “concertati”. Questi due articoli del Ccnl chiariscono l’ambiguità dei sindacati firmatari del contratto sul tema del ritiro del decreto e ne svelano le intenzioni “concertative”, tese, nella migliore delle ipotesi, ad “emendare nei fatti”, ma accettando l’impostazione generale della riforma. Non a caso arrivano subito queste raccomandazioni che, però, già ad una prima lettura del documento, si rilevano ideologiche, in quanto mistificatorie della realtà.

La commissione riconosce nell’appendice sugli studi Ocse – pag.12 - il fallimento del merit pay, retribuzione basata sul merito, misurato sulla base “dei punteggi dei test degli studenti o di valutazioni di supervisori” (DS e ispettori); riconosce ancora – pagg. 12 e 13 – che la qualità dei docenti rappresenta la variabile principale del pregio di una scuola “più dell’organizzazione scolastica, della dirigenza o delle condizioni finanziarie” e che la qualità dei docenti dipende molto di più dalle “caratteristiche non osservabili” (capacità comunicative, di gestione della classe, creatività, flessibilità, ecc.) che da quelle “osservabili” (titoli accademici, formazione, esperienze esterne e interne). Ma, con perfetta incoerenza, propone, poi, 4 criteri di carriera dei docenti: 1) esperienza (con una riduzione degli anni per arrivare al massimo dello stipendio dai 35 attuali a 25); 2) crediti formativi; 3) crediti professionali; 4) valutazione degli esiti dell’attività didattica.

L’attinenza alla riforma Moratti e la gerarchizzazione è svelata, prima di tutto, dai crediti professionali per “incarichi specifici”, tra cui rientrano perfettamente il docente tutor previsto dal decreto sul primo ciclo e il tutor di scuola per l’alternanza scuola-lavoro nelle superiori previsto dal relativo decreto, così come tutte le altre figure intermedie previste dalla riforma (funzionari per il supporto, il tutoraggio e il coordinamento delle attività didattiche educative e gestionali), nonché le stesse funzioni strumentali al Pof già operanti. Ciò significa che aver svolto queste funzioni estranee al lavoro in classe servirà per fare carriera e guadagnare di più. Ma significa anche sposare la filosofia gerarchizzante della riforma, che prevede una vera e propria esplosione di figure intermedie, oltre ad essere in contraddizione con gli studi Ocse riportati in appendice dalla commissione stessa. Non solo: con un circolo vizioso, svolgere incarichi specifici servirà a far carriera e la carriera, a sua volta, servirà ad assumere ulteriori incarichi specifici con riduzione dell’orario di insegnamento (“coordinamenti di dipartimenti, di progetti, di rete ...; tutor di insegnanti, formazione di pari, ricerca, consulenza”. pag. 7).

Ma, naturalmente, la Cgil dice che non ci sarà gerarchia!

Anche il peso che avranno i crediti formativi e la valutazione degli esiti – sia dell’istituzione scolastica nel suo complesso, sia del singolo docente - sono in chiara contraddizione con i risultati degli studi Ocse. Ma la commissione propone di far decidere le singole istituzioni scolastiche “il sistema certificativo dei titoli professionali” e “l’attestazione di quanto il docente ha realizzato nel proprio curriculum formativo”, nonché gli stessi criteri di valutazione degli esiti del lavoro del singolo docente e dell’istituzione nel suo complesso. Ciò comporterebbe un aumento del potere discrezionale dei DS e/o delle competenze e dell’importanza della contrattazione d’istituto, significativamente richiamata nelle ultime pagine dell’appendice come peculiarità italiana già operante nella quantificazione della retribuzione delle funzioni strumentali, a loro volta considerate correttamente come primo “elemento di carriera” lascito della gestione Berlinguer.

Ipotizziamo due scenari: il peggiore è caratterizzato dal peso che avranno nelle scelte dei DS le varie consorterie che agiscono in tutti i luoghi di lavoro; ma anche ipotizzando che le scelte avvengano sulla base di criteri trasparenti resta il fatto che i docenti, se vogliono far carriera, dovranno adeguarsi alle idee sui metodi didattici e sui contenuti di chi (DS o staff vari) li dovrà valutare. Pensiamo a materie come la storia, l’economia politica, il diritto, ma anche alle stesse materie scientifiche (come le polemiche di questi giorni sul darwinismo insegnano); pensiamo anche a quanto previsto dall’intesa Cei-Miur: tutte le materie dovranno essere ispirate all’antropologia cristiana. Tutto questo significherà una drastica riduzione del pluralismo e della democrazia e un ruolo della scuola (pubblica o privata: ancora Berlinguer fa da battistrada) completamente diverso da quello previsto dalla Costituzione: non più un diritto sociale fondamentale per la formazione del cittadino e l’uguaglianza sostanziale, ma addestramento di forza lavoro flessibile senza strumenti analitici e critici per capire quello che succede nel luogo di lavoro e nella società.

Anche l’ipotesi del coinvolgimento della contrattazione d’istituto prospetta scenari preoccupanti. Finora la contrattazione decentrata nella scuola e in tutto il P.I. ha avuto un ruolo diverso e “minore” rispetto al settore privato. Il DLgs. 165/01 prevede che “le P.A. non possano sottoscrivere in sede decentrata contratti collettivi integrativi in contrasto con i vincoli risultanti dai Ccnl o che comportino oneri non previsti negli strumenti di programmazione annuale e pluriennale di ciascuna amministrazione. Le clausole difformi sono nulle e non possono esser applicate”. Per cui non vale per il P.I. il tradizionale principio del diritto del lavoro per cui i contratti integrativi possono derogare i Ccnl in senso più favorevole ai lavoratori. È vero che gli accordi del 92-93 hanno assegnato al Ccnl l’adeguamento dei salari all’inflazione programmata (con recuperi da contrattare e non automatici rispetto all’inflazione reale “ufficiale”) e al contratto integrativo gli incrementi salariali in base ai diversi incrementi di produttività aziendale. Ciò ha significato nei fatti, da un lato aumenti salariali nettamente inferiori all’incremento dei prezzi e della produttività, dall’altro una forte differenziazione retributiva sia tra le diverse aziende sia tra i lavoratori di una stessa azienda. Finora, invece, la contrattazione d’istituto nella scuola si è configurata prevalentemente come gestione decentrata del Ccnl e, non a caso, i sindacati firmatari di contratto non si sono riservati la quota di un terzo delle RSU come nel settore privato, sebbene si siano garantiti il potere di far parte della delegazione trattante anche se non eletti. È evidente che se si realizzasse l’ipotesi della contrattazione d’istituto come luogo privilegiato della quantificazione dei compensi della carriera dei docenti, nonché degli stessi criteri di valutazione del merito, avremmo un peggioramento verso la frantumazione del Ccnl, la deriva concertativa delle RSU, la differenziazione retributiva dei docenti e la loro competizione individuale, laddove la vera “qualità” della scuola, al contrario, ha bisogno di cooperazione e collegialità effettiva.