Sulla relazione Covip 2004

Affondare il Fondo per ridare un futuro a giovani e precari

 

Lo scorso 22 giugno la Commissione di Vigilanza sui fondi Pensione-Covip ha pubblicato la propria relazione annuale per il 2004. In questa relazione sono presenti alcuni spunti interessanti sui quali vale la pena di riflettere e che riguardano: i tassi di sostituzione sul lungo periodo; i rendimenti e le eventuali “garanzie” finanziarie; lo “snellimento” di alcune procedure; i costi e i contributi dei lavoratori; lo scioglimento e le difficoltà di alcuni fondi.

Ma procediamo con ordine.

I tassi di sostituzione sul lungo periodo
Nonostante tutte le parole spese per occultare la realtà un dato emerge con chiarezza: le previsioni già diffuse che davano un tasso di sostituzione - cioè il rapporto percentuale tra ultimo stipendio e pensione integrativa - piuttosto scarso (per ottenere il 16,6% sarebbe occorso il versamento del 10% del proprio reddito per almeno 35 anni), devono essere riviste al ribasso per profili di reddito a “crescita lineare”, come sono generalmente quelli dei lavoratori dipendenti soprattutto nella pubblica amministrazione. In questo caso secondo le stesse proiezioni della Covip si perderebbe un ulteriore 4% portando il tasso ad un infimo 12,6%, e sempre per soggetti che abbiano versato contributi con continuità per almeno 35 anni. A meno che non si decida di posticipare l’età del pensionamento ”... in quanto, diminuendo il numero di anni di vita attesa residua, migliora il coefficiente di trasformazione in rendita”, ma solo dallo 0,6 al 3% circa per chi andrà in pensione a 70 anni suonati.

I rendimenti
Anche in questo caso la Covip, non potendo presentare dati soddisfacenti per un confronto diretto e concreto tra rivalutazione Tfr e rendimento Fondi (ricordiamo che nel periodo 2000-2004 il Tfr ha segnato un + 15,8% mentre i Fondi solo un + 9,2%), si arrampica sugli specchi di una simulazione a ritroso secondo la quale il rendimento dei fondi, se fossero nati negli anni ‘60, sarebbe stato del 10,5% annuo.
A prescindere dal fatto che, se anche questa performance fosse stata possibile, ci troverremmo di fronte ad una rapina colossale nei confronti delle economie più deboli perché, visto che negli ultimi 40 anni il Pil mondiale ha avuto un incremento medio del 3,7%, la differenza “dall'ipotetico rendimento del Fondo sarebbe sottratto a qualcuno che quella ricchezza ha prodotto con il proprio lavoro (la finanza non produce ricchezza, la redistribuisce). Ergo, perché il Fondo possa mantenere quello che promette, "deve" affondare le mani nella speculazione fianziaria” (Severo Lutrario di Attac Italia).
Ma, ancora, un dubbio sorge spontaneo: i Fondi pensione statunitensi sono stati gestiti tutti da incompetenti visto che nessuno ha realizzato queste performance e anzi molti sono falliti o navigano in cattive acque?
La ricostruzione è così fragile che la relazione aggiunge poche pagine dopo che “… i rendimenti sono caratterizzati da un elevato grado di incertezza circa i valori che si verranno a determinare in futuro … e le abilità gestionali sono in grado di influenzare tali valori solo in parte”, cioé che tutto è legato agli imprevedibili e altalenanti andamenti dei mercati borsistici.

Le eventuali “garanzie” finanziarie
Se allora l’incertezza è sovrana occorrerà trovare qualche espediente che convinca i riottosi lavoratori italiani ad aderire ai fondi pensione, che nel 2004 hanno perso lo 0,8% delle adesioni (dato relativo ai 22 fondi chiusi che hanno già iniziato la gestione finanziaria). Non ancora convincenti né la riduzione delle prestazioni delle pensioni pubbliche, né la contribuzione aggiuntiva data dal datore di lavoro (magari deducendola dagli aumenti contrattuali per tutti) rimane la carta delle presunte “garanzie” finanziarie. Attualmente “i comparti garantiti dei fondi pensione aperti raccolgono un numero di iscritti abbastanza contenuto, pari a circa il 7 % degli iscritti complessivi ai fondi pensione aperti”, soprattutto per il costo aggiuntivo che rappresenta.
Ma non preoccupiamoci una possibile soluzione è già individuata, basta far ricadere questo ulteriore onere sul debito pubblico attraverso “l’emissione da parte del Governo italiano di titoli obbligazionari a lungo termine indicizzati all’inflazione”. Come se non bastassero la deducibilità Irpef e la tassazione agevolata dei rendimenti che già diminuiscono il gettito fiscale proveniente dagli aderenti ai fondi, e visto che costoro appartengono alle fasce più ricche dei lavoratori dipendenti - le uniche che possono permettersi un’ulteriore contribuzione per la previdenza integrativa - gli incentivi a loro favore saranno pagati dai più poveri. Insomma una bella componente regressiva entra nel nostro sistema fiscale in barba all’art. 53 della Costituzione.

Lo “snellimento” delle procedure
A fronte della futuribile costituzione delle garanzie finanziarie, già ora però “la semplificazione amministrativa ha eliminato l’esame preventivo da parte della Covip del contratto di gestione finanziaria”, e sono rese immediatamente efficaci le “decisioni adottate dai fondi ... finalizzate all’istituzione di una pluralità di linee di investimento, nonché alla variazione del numero o della tipologia delle linee di investimento già istituite”. Meno controlli preventivi rappresentano più rischi per gli aderenti.

I contributi dei lavoratori
Sono invece aumentati i costi rispetto al 2003, una tendenza che “sembra destinata ad essere rafforzata anche per il 2005, a seguito delle previsioni degli accordi di rinnovo dei contratti collettivi di riferimento per alcuni fondi, che prevedono l’aumento delle aliquote contributive”. Una crescita del peso dei contributi a carico dei dipendenti che conferma l’inefficacia di questo strumento proprio nei confronti di quelle fasce di lavoratori che dicono voler garantire: i giovani e i precari. Un’adesione impedita dalla scarsezza del reddito disponibile oltre che da una buona dose di sana diffidenza e prudenza che Scimia, presidente della Covip, si permette di chiamare “scarsa sensibilità”.Non è un caso infatti che solo il 6,6 % del totale degli iscritti ai fondi negoziali ha meno di 30 anni.

Lo scioglimento dei fondi
Nel corso del 2004 si è assistito allo scioglimento e messa in liquidazione di alcuni fondi pensione principalmente a causa del basso tasso di adesioni e della scarsa entità della massa patrimoniale raccolta (Mercurio quadri, impiegati e operai società Alitalia; Fondartigiani). Inoltre nessun Fondo è riuscito a rispettare il previsto numero di adesioni al 31/12/2004 con risultati che si discostano anche del 95% rispetto alle previsioni.
Speriamo che questo sia di buon auspicio anche per Espero, che nonostante la campagna di assemblee fatte in moltissime scuole italiane da Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda e Anp avrebbe raggiunto la ragguardevole - si fa per dire - soglia delle 3.000 adesioni (per avviare il fondo ne occorrono 10 volte tanto entro febbraio 2006).

Così, mentre negli Usa Bush è costretto, di fronte all’opposizione dei lavoratori statunitensi, a fare marcia indietro rispetto al progetto di ulteriore privatizzazione delle pensioni e qui da noi Maroni deve rinviare l’applicazione del silenzio/assenso, a noi non resta che continuare una campagna di boicottaggio che, impedendo l’avvio di Espero, può essere un elemento essenziale per riaprire il discorso sulla previdenza pubblica. 
Perché dietro la manovra dei Fondi pensione sta tutta la strategia di distruzione della pensione pubblica. 
Investire nei fondi pensione significa negare l’universalità del diritto ad una pensione pubblica dignitosa, cancellare ogni patto solidaristico, diffondere l’egoismo e la competitività tra i lavoratori. 
Costruiamo un movimento di massa per la difesa del Tfr e per far saltare la truffa del silenzio /assenso.