Qualche libro sull'argomento

Recensioni Libri

 

Paolo Andruccioli, La trappola dei fondi pensione, Feltrinelli 2004
“E io che farò?” Con questa domanda inizia un libro che vuole offrire spunti di riflessione su una materia apparentemente specialistica, ma che in realtà interessa ognuno di noi, come dimostra la nascita del fondo Espero per il comparto Scuola. Nonostante le difficoltà e i crack sempre più frequenti che stanno interessando i fondi pensione nei paesi in cui sono molto più diffusi che in Italia, sembra che il legislatore nostrano non riesca a vedere oltre quei miti che da tempo sono stati messi radicalmente in dubbio da personaggi del calibro di Joseph Stiglitz, premio nobel per l’economia. Tra gli altri argomenti è affrontato il ruolo di Cgil-Cisl-Uil e delle banche. Per i primi è ricordato come “i sindacati italiani hanno sostanzialmente accettato l’idea di ridurre, anche se progressivamente, il peso della pensione pubblica, bilanciandola con quella privata a capitalizzazione”, mentre per le seconde è sottolineata la “coincidenza storica” tra il processo di privatizzazione del sistema finanziario e bancario con quello di privatizzazione delle pensioni.
Il testo si conclude con un auspicio che potremmo fare nostro “L’ultima via d’uscita ... potrebbe essere una scelta forte e coraggiosa di tutta la sinistra di rilanciare davvero il welfare e magari anche il sistema a ripatizione”.

Angelo Marano, Avremo mai la pensione?, Feltrinelli 2002 
In questo sintetico e chiarissimo lavoro è analizzato, tra l’altro, il ruolo delle diverse componenti che insieme sostengono lo sviluppo del sistema previdenziale privato: le componenti neoliberiste che spingono per la riduzione del ruolo dello Stato e lo sviluppo del cosiddetto capitalismo di massa in cui l’identità collettiva si formerebbe “sulla base della comune dipendenza dal corso dei listini borsistici piuttosto che sulla base dell’appartenenza lavorativa o di classe”; quella “cattolica, che vede nei fondi pensione uno strumento di cogestione e partecipazione alle decisioni delle aziende”; quella sindacale volta anche “a garantire la sopravvivenza e il finanziamento stesso delle strutture sindacali facendo loro recitare il ruolo cruciale di collettore, coordinatore e controllore della gestione dei fondi”; quella imprenditoriale che trova l’unità di intenti con quella finanziaria sulla base dell’offerta di qualcosa che appartiene ad altri (il Tfr, che è salario differito dei lavoratori), in cambio di sgravi fiscali e/o contributivi finanziati ancora dai lavoratori o dal bilancio pubblico. Una pericolosa convergenza che rischia di trasformare lo stato sociale, il collante degli Stati moderni, in “qualcosa finalizzato unicamente a evitare disordini sociali, una tassa da pagare per evitare eccessivi sommovimenti popolari”.

Giovanni Mazzetti, Il pensionato furioso. Sfida all'ortodossia previdenziale, Bollati Boringhieri, Torino 2003
Orlando, il pensionato protagonista di questo saggio, non è furioso come ci si potrebbe aspettare dal titolo. Anzi, armato di buon senso e serena razionalità, contrasta l’idea che bisogna ridurre le pensioni e contenere i salari per liberare risorse per lo sviluppo. Ai lavoratori poi non resterebbe che rischiare nell'individualistico fai-da-te dei fondi pensione privati - tipo Espero - per garantirsi una vecchiaia serena. 
Addentrandosi nel campo dell'avversario, il nostro Orlando smonta le favole di questi presunti riformatori. Così la favola delle "culle vuote" (sul mercato del lavoro ci sono semmai le "culle sovraffollate" da disoccupati e inoccupati e, in ogni caso, ormai da tempo non è il numero delle braccia che misura la capacità produttiva sociale), del "conflitto fra generazioni" (quando invece sono state le cosiddette riforme di questi ultimi anni che hanno ridotto le pensioni e distrutto posti di lavoro impoverendo e precarizzando vecchi e giovani), del "minor aumento della produttività" (ovvio se la si considera in base al valore del Pil, dimenticando che la maggiore produttività diminuisce il valore di ciascun prodotto) si mostrano per quello che sono: i pilastri di una ortodossia previdenziale asservita alla speculazione finanziaria, neanche capace di prendere in considerazione le solide basi economiche che sorreggono un'idea cardine del moderno stato sociale: il miglioramento delle condizioni dei pensionati presenti e futuri rappresenta il presupposto per evitare un drammatico impoverimento di tutta la società. Allora il ripristino di un meccanismo che garantisca pensioni vicine all'ultimo salario, lungi dal creare un disequilibrio economico, è invece l'unica realistica soluzione al problema della redistribuzione della ricchezza in una società che voglia mantenere la propria coesione e non accentuare le differenze tra i molti che vedono progressivamente peggiorare le proprie condizioni di vita e i pochi che potranno giovarsi dei risultati delle speculazioni borsistiche. Così ai giovani, inoccupati e disoccupati, ai lavoratori e ai pensionati non resta che lottare insieme per realizzare questo obiettivo di civiltà e uguaglianza, per non rischiare di trovarsi sempre più poveri e, allora sì, furiosi.