Espero e Cgil contro Report

Con le mani nella marmellata. Espero e Cgil balbettano le loro giustificazioni

 

Dopo pochi giorni dalla messa in onda della trasmissione di Report sui fondi pensione – “Le mani sulle pensioni” testo e video su www.report.rai.it - sul sito della Cgil Scuola è comparsa la notizia di una nota di precisazioni del Fondo Espero.
Come al solito il più grande sindacato italiano - “azionista di maggioranza” dei fondi pensione - lascia il lavoro sporco agli altri limitandosi, subdolamente, a istillare il dubbio sulla veridicità dei contenuti della trasmissione. Nel comunicato sindacale si balbetta su una presunta “confusione che può essere stata generata dal fatto che i contenuti della trasmissione erano incentrati sull’analisi del funzionamento dei fondi pensione “aperti”, quelli, in buona sostanza, proposti dalle banche”, tirando fuori l’argomento principale usato dai sostenitori dei fondi contrattuali - ma inessenziale dal punto di vista dei lavoratori - relativo alla presunta ”profonda differenza tra fondi "aperti” e fondi "chiusi”, questi ultimi di natura negoziale, ... i fondi “chiusi” non hanno e non possono avere scopo di lucro ed i benefici devono essere interamente devoluti agli associati”.
Evidentemente l’estensore del comunicato deve aver visto un’altra trasmissione, quella che abbiamo visto noi ha messo il dito nella piaga della gestione dei miliardi di euro, prelevati dalle tasche di lavoratori poco avveduti, che i fondi pensione - sia “aperti” che “chiusi” - affidano ai cosiddetti Gestori specializzati (banche, assicurazioni, società d’intermediazione mobiliare - Sim, società di gestione del risparmio - Sgr). Bastava ascoltare Maurizio Agazzi, Direttore generale del fondo “chiusissimo” dei metalmeccanici, il Cometa, per capire che i rischi di gestione e conflitti di interesse non sono appannaggio esclusivo dei fondi “aperti”.
Conclude infine l’estensore del comunicato con una nota trionfale, le “richieste di adesione hanno superato le 50.000 ... a riprova del grande consenso che questo strumento riscuote tra i lavoratori della scuola”, questa volta deve essere sfuggito a noi qualcosa, il 4% di adesioni è un grande consenso? Mah ...

Dicevamo però che il lavoro sporco è stato affidato a Espero che, con la sua Nota, dopo averci ricordato che “il sistema di previdenza complementare è incentrato sul concetto di “contribuzione definita” ovvero è predefinito il livello di contribuzione mentre è variabile il risultato finale”, così tanto variabile che potrebbe anche sparire (vedi il punto 7 della Scheda informativa di Espero), attacca frontalmente la trasmissione. 
“E’ un errore notevole, ai limiti della scorrettezza” dice Espero, prendere in considerazione un fondo pensione dopo sei anni di partecipazione, “perché l’orizzonte di un fondo pensione, per chi percepisce una rendita, non è così limitato. Chi partecipa ad un fondo per un periodo breve può andare incontro ad oscillazioni di mercato”. Peccato però che nessuno dei fondi pensione chiusi in Italia ha una vita più lunga e quindi i dati a disposizione non possono andare oltre.
Ma non preoccupiamoci troppo, ci rassicura la Nota, le cose non possono che migliorare, dato “che nei sei anni trascorsi è contenuto un shock finanziario come l’11 settembre che si è protratto per alcuni anni”.
Pare risentire le giustificazioni che la Sgr del San Paolo ha dato a un suo cliente per le perdite subite e che Report commenta così: “Ti viene promesso un rendimento che poi non c’è e la colpa è di Bin Laden, sale il petrolio, sale il debito, scendono i titoli, nessuno è mai responsabile, perché c’è la fortuna di avere un Bin Laden che fa tana libera tutti”, ma allora in fatto di giustificazioni non c’è poi tanta differenza tra fondi “chiusi” e “aperti”.
Poi arriva la stoccata decisiva (?) sull’argomento “rendimenti”, “per un confronto tra i rendimenti del Tfr e quelli del mercato finanziario invitiamo a leggere la relazione della Covip, l’Autorità di controllo del settore, che è fonte imparziale preposta a tutelare gli interessi degli iscritti (vedi Covip, relazione per il 2004, pag. 88, scaricabile dal sito www.covip.it.)”, evitando ogni facile sarcasmo sulla tutela che può garantire la Covip, il cui presidente Scimìa ci consiglia di affidare la nostra pensione alla fortuna, analizziamo la “proiezione all’indietro dei rendimenti dei fondi pensione” che raggiungerebbero lo stratosferico valore del 10,2% annuo nel periodo tra il 1982 e il 2004, contro una rivalutazione del Tfr pari al 5,1. Abbiamo già commentato questi dati sul numero 27 del nostro giornale e non possiamo che ribadire quanto già detto: se anche questa performance fosse stata possibile, ci troverremmo di fronte ad una rapina colossale nei confronti delle economie più deboli perché negli ultimi 40 anni il Pil mondiale ha avuto un incremento medio del 3,7%, quindi la differenza “dall'ipotetico rendimento del Fondo sarebbe sottratto a qualcuno che quella ricchezza ha prodotto con il proprio lavoro (la finanza non produce ricchezza, la redistribuisce). Ergo, perché il Fondo possa mantenere quello che promette, "deve" affondare le mani nella speculazione fianziaria” (Severo Lutrario di Attac Italia).
Peraltro poche righe dopo lo stesso Scimìa è costretto a precisare che “dal lato del singolo iscritto, tuttavia, i rendimenti time weighted non consentono di valutare i risultati effettivamente conseguiti sulla propria posizione previdenziale” per giungere quindi alla scontata conclusione che “… i rendimenti sono caratterizzati da un elevato grado di incertezza circa i valori che si verranno a determinare in futuro … e le abilità gestionali sono in grado di influenzare tali valori solo in parte”, cioé che tutto è legato agli imprevedibili e altalenanti andamenti dei mercati borsistici e al momento in cui si verificano le oscillazioni rispetto al proprio capitale accumulato. Infatti sono assai diverse le conseguenze di un’oscillazione del rendimento se questa avviene su un’entità diversa accumulata: insomma - come è facilmente comprensibile - un alto rendimento su un montante limitato non compensa un’eventuale minore variazione negativa applicata però a un più alto montante. Anche in questo caso la Covip, non potendo presentare dati soddisfacenti per un confronto diretto e concreto tra rivalutazione Tfr e rendimento Fondi (ricordiamo che nel periodo 2000-2005 il Tfr ha superato i Fondi per oltre il 2,5%, dati Covip), si arrampica sugli specchi di una simulazione a ritroso.
Torniamo comunque alla Nota di Espero che ci rassicura anche per quanto riguarda il crac Cirio e Parmalat citando ancora Scimìa che dice: “le patologie denunciate hanno avuto ricadute dirette sul settore della previdenza complementare molto limitate e tali da non pregiudicare la tenuta del comparto, né inficiare i risultati positivi delle gestioni finanziarie dei fondi pensione nel 2003”. 
Ma nessuno aveva sostenuto che queste “patologie” avessero determinato conseguenze catastrofiche (neanche i crac Enron o United Airlines le hanno determinate), tranne ovviamente per i poveri risparmiatori penalizzati da uno dei più grossi gestori di fondi pensione operanti in Italia, piuttosto questi sono esempi chiarificatori dello scarsissimo controllo che è possibile avere su tutte queste operazioni.
La Nota continua quindi con una “precisazione” sulle rendite percepibili al termine dell’attività lavorativa che non precisa nulla tranne ribadire quell’assurdo meccanismo che prevede una minore rendita vitalizia a chi ha una più lunga speranza di vita, quel rischio “longevità” (un’altra assurdità quella di considerare la longevità un rischio) dal quale le assicurazioni devono tutelarsi. E così “se le donne hanno una durata probabile di vita più elevata degli uomini, vuol dire che riceveranno rate inferiori di importo, ma per un numero superiore di anni ... Non si può quindi affermare che le donne sono discriminate. Semplicemente, vivendo di più ricevono un importo equivalente a quello degli uomini”, peccato però che nel frattempo saranno costrette a pagare prezzi e tariffe uguali a quelle degli uomini.
Si giunge così alla conclusione della Nota che, dopo avere sciorinato tutto il tradizionale repertorio ideologico dei paladini delle pensioni private come Espero: il pericolo demografico, le diseguaglianze tra le generazioni, ecc., conclude con: “la domanda giusta è: come fronteggiare al meglio la situazione? Espero è una delle risposte, con le più alte garanzie di trasparenza e correttezza”. Domanda giusta ma risposta sbagliata e pericolosa. Certo, bisogna fronteggiare una situazione che è stata creata da scelte penalizzanti per i lavoratori, ma non adeguandosi ad essa, anzi, bisogna ripristinare un meccanismo che garantendo pensioni vicine all'ultima retribuzione redistribuisca la ricchezza prodotta immaginando una società che vuole rafforzare la propria coesione e non accentuare le differenze tra i molti che vedono progressivamente peggiorare le proprie condizioni di vita e i pochi che potranno giovarsi dei risultati delle speculazioni borsistiche. Espero è invece una risposta pericolosissima perché, come tutti i fondi, sottrae risorse alla previdenza pubblica dirottandole verso quella privata, nega l’universalità del diritto ad una pensione pubblica dignitosa, cancella ogni principio previdenziale solidaristico, diffonde l’egoismo e la competitività tra i lavoratori.