Espero contro Inpdap

Espero contro Inpdap: privato contro pubblico

 

Ogni adesione sottrae risorse alla previdenza pubblica

di Ferdinando Alliata

Da tempo sosteniamo che aderire a Espero è sbagliato non solo perché contrario a qualunque principio solidaristico, e perché fa gravare sul lavoratore tutti i rischi, ma anche perché è un attacco diretto alla previdenza pubblica. Infatti, come ci ricorda il Direttore generale dell’Inpdap Luigi Marchione “l'Istituto deve compiere un enorme sforzo per supportare l'attività dei fondi pensione e per gestire la parte virtuale del trattamento di fine rapporto destinata ai fondi ... Se si aggiungesse un ulteriore aggravio dell'1,5 per cento per chi è in servizio e sceglie la pensione complementare, si ridurrebbero rapidamente le risorse destinate a pagare le prestazioni degli attivi, aprendo nuovi spazi di negatività per fronteggiare gli aspetti futuri”.
Cerchiamo di analizzare la questione più in dettaglio.
Le quote da destinare a Espero si distinguono in due categorie: reali e figurative. I contributi effettivamente versati (1% lavoratore + 1% ministero) saranno rivalutati secondo il meccanismo della capitalizzazione individuale, cioé sulla base degli investimenti fatti direttamente dal fondo. Invece le quote virtuali (il Tfr versato al Fondo e l’1,5% della base di calcolo del Tfs per chi passa da Tfs a Tfr) verranno gestite dall’Inpdap che le rivaluterà secondo la media dei fondi pensione più consistenti per i primi anni e poi con la media dei rendimenti dei fondi pensione del pubblico impiego. 
Al momento i fondi più consistenti individuati con decreto del Ministero del Tesoro sono: Alifond; Arco; Cometa; Cooperlavoro; Fonchim; Fondenergia; Fopen; Laborfonds; Pegaso; Previambiente; Previcooper; Solidarietà Veneto; Quadri e Capi Fiat.
In questo modo l’ente previdenziale pubblico non solo deve rinunciare a una consistente quote delle sue entrate (il Tfr), ma dovendo pagare anche quanto eventualmente guadagnato dai fondi sui mercati borsistici risulta esposto alle loro inevitabili oscillazioni. Con tutti i rischi che ne conseguono a danno della stabilità dei suoi bilanci futuri.
Per altro questo assurdo meccanismo che fa gravare sull’Inpdap - quindi sulle tasche di tutti i dipendenti pubblici - i risultati di altri fondi, la dice lunga sulla favola del controllo attraverso il quale onnipotenti “rappresentanti dei lavoratori” garantirebbero gli interessi degli aderenti.
Anche dimenticando tutte le difficoltà che si sono manifestate nei fondi già attivi - che stanno “spingendo molti fondi pensione ad abbandonare la cosiddetta ‘gestione attiva’ per privilegiare la ‘gestione passiva’ dei portafogli” (Andruccioli in La trappola dei fondi pensione, Feltrinelli, 2004) - come faranno i paladini degli interessi dei lavoratori a controllare quanto accade in altri fondi?
Per di più, Espero è un’associazione privata “riconosciuta” che per poter funzionare ha bisogno di vari organi (assemblea dei delegati, consiglio di amministrazione, presidente, vicepresidente, collegio dei sindaci) i cui componenti certamente non lavoreranno gratuitamente – almeno un rimborso spese non se lo meritano? - nonché di numerosi altri soggetti privati (banca depositaria, eventuale gestore amministrativo, soggetti investitori del patrimonio, soggetti erogatori delle prestazioni) che notoriamente non sono istituti di beneficenza, ma lucrano profumatamente con i loro maneggi.
Costoro saranno i sicuri beneficiari di tutta questa operazione di spoliazione e infatti, già nella prima seduta dello scorso 24 aprile, il neoeletto Consiglio di amministrazione ha deliberato, oltre alle proposte per il bilancio e per la modifica della quota associativa, anche la proposta per i compensi di consiglieri e sindaci revisori. 
Per inciso, il CdA ha anche deliberato di adeguare lo Statuto del fondo alla recente normativa, che, ad esempio, esclude la possibilità di abbandonare i fondi una volta sottoscrittane l’adesione.
Infine, per quanto riguarda i costi per il funzionamento amministrativo, Espero si vanta di averli contenuti. Certo non ha avuto bisogno di procacciatori di aderenti, visto che i vari distaccati sindacali sono stati formati (?) e quindi sguinzagliati su tutto il territorio alla ricerca di clienti, pardon soci. Sono state convocate numerose assemblee in cui non si parlava del contratto scaduto da mesi, di riforme “bipartizan” che rischiano di devestare la scuola, ma dei prodigi di Espero. Se a questo aggiungiamo che, secondo quanto previsto dal Ministero, gli adempimenti e le attività saranno svolti soprattutto dalle scuole non è difficile capire come si fa a limitare i costi: lavorano gli assistenti amministrativi senza essere pagati! E in effetti l’art. 19 dell’Atto costitutivo di Espero prevede che “l’apporto fornito dal ministero … in mezzi, locali o risorse umane sarà definito mediante apposita convenzione con il Fondo stesso tale da agevolare la fase di avvio di quest’ultimo”, una convenzione probabilmente gratuita visto che nelle comunicazioni del Ministero non si parla di compensi per l’aggravio di lavoro per il personale … certo un bel modo per contenere le spese.
Un’altra conseguenza del contenimento delle spese sarà quella di lavorare con professionisti meno costosi e, quindi, forse meno capaci?