Dai soldi nascono soldi

Espero, il feticista. Dai soldi nascono soldi? Ancora favole sui Fondi

 

In questi ultimi mesi i piazzisti di fondi pensione si sono lasciati andare a inopinate manifestazioni di giubilo perché i rendimenti dei fondi pensione avrebbero avuto un risultato ragguardevole e perché, per quanto riguarda il comparto Scuola, il fondo Espero ha superato la soglia minima di iscritti per poter avviare la propria attività.
Ad onor del vero la situazione non è esattamente quella che vorrebbero farci credere.
È vero, negli ultimi due anni – gennaio 2003/settembre 2005 - il rendimento medio dei fondi pensione è stato superiore a quello del Tfr, ma basta allungare il periodo di riferimento fino al gennaio 2000 (data di inizio gestione dei primi fondi chiusi) e ci accorgiamo che le cose stanno all’opposto: la rivalutazione del Tfr ha raggiunto il 17,9% mentre i fondi chiusi si sono fermati al 15,3%. E in più, non dobbiamo dimenticare che la stragrande maggioranza di noi (assunti entro il 31/12/2000) non è in regime di Tfr, ma gode del più favorevole Trattamento di fine servizio – Tfs.
È anche vero che Espero ha superato la soglia prestabilita dei 30.000 iscritti e così potranno essere eletti i 30 rappresentanti degli iscritti/clienti che insieme con i 30 membri scelti dal ministero formeranno il Consiglio di amministrazione del fondo, ma certo con questi numeri non si potrà fare granché: un misero 3,5% di adesioni, a fronte dei circa 1.200.000 potenziali iscritti, che la dice lunga sull’efficacia dell’operazione condotta da Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda, Anp - che non sono riusciti a convincere neanche i propri tesserati - e ministero. Assemblee in orario di servizio, pubblicità a tutto spiano nelle scuole e nelle sedi sindacali, perfino sul cedolino dello stipendio, la mobilitazione di migliaia di sindacalisti che invece di parlarci del contratto scaduto o della riforma Moratti ci illustravano gli straordinari vantaggi di una pensione privata.
Un’ulteriore preoccupazione per il povero Scimìa, presidente della Commissione di vigilanza sui fondi pensione - Covip, che continua a dolersi che la previdenza complementare in Italia, con un’adesione complessiva ai fondi di categoria pari all’11,1 dei potenziali aderenti, ancora stenta a decollare. 
D’altronde, senza l’imbroglio del silenzio/assenso – che, ricordiamolo, non riguarda i dipendenti pubblici, almeno attualmente - sembra proprio difficile che queste cifre cambino sostanzialmente. Finora neanche la terroristica previsione dell'insostenibilità della spesa pensionistica nei prossimi decenni ha convinto i lavoratori italiani. E sappiamo che è proprio su questa previsione che si basa la trappola dei fondi pensione.
Confindustria, politici e sindacalisti si sono affannati a spiegarci che a causa di ineluttabili fenomeni demografici (le famose “culle vuote”) e economici l'unica soluzione possibile sarebbe quella di allungare l'età lavorativa, diminuire la contribuzione e poi "metterci di più ora" nei fondi pensione, "per avere di più dopo" con una rendita vitalizia.
Già questo ragionamento suona abbastanza strano: se anche fosse questa la strada da percorrere, non si capisce perché queste risorse aggiuntive bisognerebbe versarle a soggetti privati, come i fondi pensione, depauperando contestualmente l'Inpdap o l'Inps, e non direttamente a questi enti pubblici.
Ma si sa, questi signori sono i paladini del rigore necessario per la salvezza dell’economia del paese, invece noi, pubblici dipendenti siamo coloro che con le nostre assurde pretese di salari dignitosi abbiamo messo da parte il perseguimento del bene comune per realizzare i nostri personalistici interessi e ingrossare i nostri conti in banca … Certo, sentiamo proprio il bisogno di avere lezioni di rigore da quegli stessi industriali che hanno “sapientemente” sfruttato il sistema contributivo ai propri fini: hanno pagato basse retribuzioni ai loro dipendenti per l'intera vita lavorativa (magari aggiungendo qualcosa fuori busta evadendo così la contribuzione previdenziale) promettendo come contropartita un'improvvisa promozione al termine della carriera per far ottenere all'ex dipendente una pensione maggiore pagata da chi i contributi non può evaderli, cioè dagli altri dipendenti, certo non dagli imprenditori.
Abbiamo molto da imparare anche dai politici che sembrano particolarmente interessati ad apparire uno più "moderno" dell'altro proponendo questa “novità” dei fondi pensione privati (magari poi scontrandosi su quelli chiusi o aperti) senza neanche accorgersi di riproporre ricette ormai superate dalla storia, ricette fondate su quella “capitalizzazione individuale” che poggia sul presupposto, invero non dimostrabile, che al valore nominale degli accantonamenti individuali corrisponda dopo decine di anni un prevedibile potere di acquisto. Ricette che hanno ridotto nel nulla i risparmi previdenziali dei lavoratori italiani nel secondo dopoguerra, o che hanno gettato sul lastrico i lavoratori della ex Urss nel momento del crollo di quel sistema sociale, o i lavoratori statunitensi quando i loro fondi pensione sono crollati nelle borse di mezzo mondo (Enron e United Airlines tra gli altri), per non parlare delle condizioni incerte determinate da trasformazioni lente ma continue come l'inflazione o il mutamento dei costumi e dei rapporti di produzione.
Ma sono i sindacalisti a lasciarci esterefatti, come addirittura ribadisce ancora recentemente Pierre Carniti (ex segretario generale della Cisl, non certo un Cobas), il fatto che il sindacato ha assecondato la trasformazione delle pensioni "integrative" in pensioni "complementari", "essenziali", "irrinunciabili" tanto sul piano quantitativo che della struttura è un errore su cui sarebbe ora di riflettere non di perseverare. Sindacalisti che dimenticano che è solo il lavoro a produrre la ricchezza disponibile, e spacciano per realtà l’illusione che solo il denaro accantonato, rivalutato dalla speculazione finanziara possa garantire una vecchiaia serena … è proprio il colmo!
Sembrano il gatto e la volpe che tentano di convincere Pinocchio che piantando le monete (versandole nelle casse dei fondi) matureranno frutti cospicui.
Anche prescindendo dal fatto che “in nessun caso l’associato ha la garanzia di ottenere, al momento dell’erogazione delle prestazioni, la restituzione integrale dei contributi versati ovvero un rendimento finale rispondente alle aspettative” e che “non esistono del pari garanzie sul ripetersi in futuro delle perfomance realizzate negli anni precedenti né sul rendimento finale che sarà possibile ottenere al momento del pensionamento” (punto 7 della Scheda informativa di Espero) è tutta la questione che va ribaltata: solo la redistribuzione della ricchezza prodotta in un determinato momento potrà garantire a chi lavora e a chi non lavora più una vita dignitosa, così è successo e succede col sistema a ripartizione che ha consentito a milioni di lavoratori di avere una vecchiaia serena. Le generazioni successive sostengono le precedenti che a loro volta hanno fatto altrettanto, costruendo tra loro un patto di solidarietà che peraltro riconosce che le condizioni di lavoro attuali sono anche il risultato degli sforzi compiuti da chi si è speso prima di noi.
Di fronte alle non certo disinteressate proposte di Espero quindi converrà fare come Cesare Armellini presidente di Consultique, la società che cura la pagella settimanale sui Fondi Pensione pubblicata da Il Sole 24 Ore, che alla trasmissione Report (Rai 3, domenica 21/5/2006 – il testo completo su http://www.report.rai.it) ha candidamente ammesso – testualmente – “... Perché gli dovremmo dare i soldi? ... [ridacchia] “... be’ personalmente io non è che gli ho dato i soldi” ... [ridacchia].