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La Funzione della scuola

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Il problema di come la scuola possa porsi come istituzione, alla quale sia affidato un ruolo per quanto possibile autonomo, è difficilmente affrontabile senza inquadrarlo nel tema più generale del rapporto tra stato, istituzioni e società. Tuttavia, pur senza affrontare il tema generale, è possibile sostenere che l'unico modo di attribuire alla scuola un suo ruolo, per quanto possibile indipendente, è quello di assegnarle la funzione di formare persone, alle quali venga trasmesso un insieme organico di conoscenze(conoscenze comunque facenti capo a contenuti disciplinari)tale, che possa loro permettere di giudicare i rapporti sociali liberamente e con indipendenza di giudizio.

Invece, se si ritiene che la scuola debba soprattutto andare incontro alle "attese delle componenti della società civile", come spesse volte si sente affermare, in tale convinzione è contenuta in modo esplicito la subalternità della scuola rispetto agli interessi economico - sociali consolidati e costituiti. Si capisce così come l’opinione di cui sopra sia completata dalla affermazione che sia necessario, nella realtà del mondo odierno, operare un forte alleggerimento dei contenuti disciplinari. In tal modo si configura una scuola, la cui principale funzione debba diventare quella di formare dei buoni, e possibilmente acritici, consumatori. Per essere tali, bastano modeste conoscenze e una formazione che faccia pensare poco, a vantaggio dell'acquisizione di varie competenze, soprattutto di quelle che comportano proprio un deciso ampliamento dei consumi.

La convinzione "più democratica" in circolazione, e che generalmente è associata a quella sopra espressa, sembra essere la seguente:

"Il sistema formativo dovrebbe assumere il ruolo di garantire ai soggetti la pluralità e l'elasticità dell'offerta formativa in modo che siano poi essi (e/o le famiglie e altre comunità) a sancire i criteri più adatti per individuare i contenuti essenziali della loro formazione."

Così ognuno affermerebbe la propria "sacra" autonomia nel decidere ciò che meglio soddisfa le sue esigenze. La scuola dovrebbe così funzionare come un'azienda: da una parte ci deve essere la pluralità della "offerta formativa" e, dall'altra, una serie di consumatori - soggetti singoli o comunità - che decidono qual è l'offerta migliore per le proprie esigenze.

Non c'è dubbio che quello aziendalistico sia un modo di concepire la funzione della scuola e, sembra, che sia in rapida crescita. Ed è un modo, che è in aperta contraddizione con quello istituzionale: non è possibile, infatti, conciliare la soddisfazione delle attese degli studenti – clienti dell’azienda - scuola con la diffusione di conoscenze tali, che permettano un'adeguata consapevolezza nel giudicare i rapporti sociali e una altrettanto adeguata consapevolezza nel decidere le proprie scelte. Bisognerebbe presupporre che i soggetti, le famiglie e le altre comunità, che devono decidere qual è la migliore offerta formativa per loro, siano già formati, e quindi in grado di scegliere con consapevolezza; cioè che siano soggetti tali, che non hanno bisogno di formazione, e dunque nemmeno della scuola. In verità quella convinzione, nella sua ostentata apparenza "democratica", si riduce alla tesi della necessità di trasformare ogni "funzione educativa", finora svolta da Istituzioni Pubbliche, in un "mercato dell'educazione".

C'è un modo diverso di concepire la "funzione educativa": quello di operare in modo tale da consentire almeno la trasmissione alle giovani generazioni di quelle conoscenze fondamentali, che permettano loro almeno una sostanziale ed autonoma capacità di giudizio. E' allora evidente che, in tale opera, il fondamento del rapporto educativo deve essere del tutto disinteressato:

chi trasmette il sapere, non deve farlo con lo stimolo della speculazione commerciale - come necessariamente non potrebbe non avvenire, se gli enti deputati alla sua trasmissione, lo facessero nella forma di aziende in concorrenza mercantile tra di loro -;

chi si istruisce deve essere motivato non dal successo ad ogni costo, ma dalla convinzione che "il sapere" sia uno dei valori fondamentali dell'esistenza e che, pertanto, abbia in se stesso la propria giustificazione. Questa seconda condizione è forse la più difficile da realizzare, perché non è solo la scuola ad essere coinvolta, ma tutte le altre istituzioni sociali, e prima di tutto le famiglie; però la scuola potrebbe assumersi compiti significativi nella diffusione della sua importanza, non solo verso gli allievi, ma anche verso l'esterno ed in primo luogo proprio verso le famiglie.

Bisogna porre la seguente questione in modo non subordinato ai vari interessi costituiti: quali conoscenze ed abilità deve possedere una persona, affinché sia in grado di esprimere giudizi il più possibile autonomi e indipendenti sui rapporti economici, politici e sociali, che dovrà in qualche modo vivere?

Solo se la scuola opera sulla base della risposta a questo interrogativo, allora la sua funzione può essere veramente indipendente, come dovrebbe essere in una scuola veramente autonoma.

Ecco perché si può parlare di istruzione fondamentale e di conoscenze fondamentali che, almeno tendenzialmente, debbono essere trasmesse a tutti i giovani. Ed ecco perché l'ente che deve farsi carico di una tale funzione non può che essere l'ente che, per definizione, persegue, o dovrebbe perseguire, il bene comune, e cioè lo stato. Certamente non può essere un insieme di imprese trafficanti in sapere tra di loro concorrenti, da un lato, e, dall'altro, i vari soggetti – famiglie - comunità, le cui decisioni non possono che essere distorte dal comportamento di quelle stesse imprese, o comunque inadeguate e perfino, a volte, in mala fede. Ciò ovviamente non esclude che la scuola debba anche porsi il problema della preparazione degli alunni a saper gestire le conoscenze acquisite, e dunque, quello delle competenze a svolgere determinate attività tecnico - professionali. Tuttavia questa funzione non deve essere svolta in modo tale da oscurare quella principale della formazione. Se fosse così, la scuola verrebbe trasformata in un mero supporto delle cosiddette "esigenze sociali", cioè degli interessi economici dominanti.

Un’altra convinzione, che circola con insistenza e che ha contenuti molto equivoci, è la seguente:"la scuola e la società debbono essere intese come un grande luogo di ricerca e di sperimentazione". Si tratta di una definizione non veritiera della scuola e soprattutto della società. Essa ha lo scopo, nemmeno tanto mascherato, di convincere specialmente i giovani che i rapporti sociali, in quanto oggetto di continua ricerca "libera" e "disinteressata", non siano inquadrabili obiettivamente secondo i diversi modi di produzione che si sono succeduti storicamente. E, soprattutto, che tali rapporti ormai non siano più soggetti a sostanziali e spesso traumatici cambiamenti, come spesso storicamente è avvenuto, ma siano il frutto di una continua e pacifica evoluzione, come conseguenza di libere e partecipate "ricerche ed elaborazioni". E' evidente, in tal caso, il contenuto "ideologico" affidato proprio alla scuola, in quanto si tratta di tesi non solo indimostrate, ma che dovrebbero essere assunte addirittura come scontate.

In conclusione, a seconda della risposta che diamo al problema posto sopra: "scuola - azienda" o "scuola - istituzione"?, anche l'impostazione dei contenuti fondamentali dell'insegnamento deve essere posta e risolta diversamente.

Una questione importante, da porre all’interno di quella dei contenuti disciplinari irrinunciabili, è quella del rapporto tra insegnamenti disciplinari e interdisciplinari.

E' vero che a volte, dietro la difesa delle singole discipline, si possono celare svariate espressioni di "corporativismo culturale", ed a maggior ragione è certo che il vero sapere è unitario. Sembrerebbe dunque che le nuove proposte di insegnamento per obiettivi - o, come si usa dire per "moduli" -, per loro natura interdisciplinari, siano da accogliere incondizionatamente. Tuttavia non è così, per due ordini di motivi:

affrontare le varie tematiche, relative ad un obiettivo modulare, richiede conoscenze disciplinari, che devono essere pre acquisite dallo studente. E ciò, spesso, può comportare notevoli difficoltà nell'organizzare proprio il lavoro didattico per moduli;

c'è il rischio, nel tentativo superficiale di eliminare le suddette difficoltà organizzative, di ridurre la complessità e la profondità delle conoscenze, che possono essere veramente acquisite solo attraverso un metodo di studio rigoroso, che solamente un'impostazione disciplinare è in grado di fornire.

Per queste ragioni pare preferibile introdurre lo studio modulare dopo aver fornito agli studenti le conoscenze fondamentali disciplinari. In tal modo la programmazione per moduli dovrebbe verificare la capacità dello studente di gestire, per approfondimenti anche autonomi, le conoscenze già acquisite nelle varie discipline.

Ottimi suggerimenti, per impostare una valida funzione educativa per ogni tipo di scuola ed esplicitarla in contenuti disciplinari, possono essere i seguenti:

Educazione alla partecipazione e alla cooperazione nella soluzione di ogni problema;

educazione alla autonomia di indagine, di analisi e di sintesi;

educazione al pensiero critico;

educazione all’arricchimento lessicale, all’organizzazione stilistica e sintattica.

DOPO LO SBALORDITIVO SUCCESSO LA LOTTA PROSEGUE

I dati dello sciopero degli scrutini, indetto dai COBAS, sono sbalorditivi, a testimonianza dell’enorme malcontento per il massacro della scuola pubblica: abbiamo raggiunto i 25 mila scrutini bloccati, con decine di migliaia di scioperanti “diretti” e decine di migliaia di docenti ed Ata che hanno contribuito alle Casse di Resistenza. Lo sciopero ha dilagato soprattutto nel Lazio con (cifre arrotondate al centinaio più vicino) 2700 scrutini bloccati (1600 a Roma), in Sicilia con 2400, 1600 in Emilia-Romagna, 1500 in Campania e Lombardia, 1300 in Piemonte e Sardegna, 1200 in Toscana, 1100 in Veneto. Lo sciopero delle attività si è diffuso in tutti gli ordini di scuola, quello degli scrutini ha straripato nelle superiori, dove sono stati fermati quasi 19 mila scrutini. Le classi da scrutinare erano 93 mila e in media gli scrutini erano “spalmati” su 6 giorni: dunque, nei due giorni di sciopero si tenevano circa 31 mila scrutini, da cui vanno tolte le classi “terminali” non coinvolte: cosicchè, abbiamo bloccato circa 19 mila classi su circa 27 mila, con una percentuale del 70%. Il movimento di lotta, promosso dai COBAS e dai precari organizzati, chiede che si cancellino i 41 mila tagli di posti di lavoro e la Finanziaria-massacro, il blocco degli scatti “di anzianità” e dei contratti, il furto delle liquidazioni e l’allungamento dell’età pensionabile; e reclama l’assunzione dei precari/e, massicci investimenti nella scuola pubblica, l’annullamento della “riforma” delle superiori, la restituzione a tutti/e del diritto di assemblea.

IL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, dopo aver dato il VIA, Con il Decreto Ministeriale 82 DEL 29 SETTEMBRE 2009, AI COSIDDETTI "CONTRATTI DI DISPONIBILITA” E istituito le "graduatorie prioritarie” per le supplenze temporanee per i DOCENTI E GLI ATA precari licenziati a seguito dei tagli, HA ORA EMANATO, IN DATA 17 dicembe 2009, il DM 100 CON il quale viene disciplinato l’accesso agli elenchi prioritari e parzialmente esteso il diritto ad essere inclusi nelle graduatorie prioritarie.