Ciao GABRIELLA

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Claudio, Mimmo, Natale, Pino, Valerio, Adriana, e oggi Gabriella. Gaby- 

"Abbiamo contro tutte le polizie, tutti i poteri che contano, ma abbiamo dalla nostra la ribellione e la rivoluzione. Per questo siamo figli della vita, e quindi la morte è poca cosa, è quasi niente". Questo è quanto ci dice Nicola Sacco tramite la voce di Joan Baez. 

E' doloroso, è difficile ammetterlo? Si, ma non provate a fare il contrario. Non attardatevi a guardare il vuoto, il baratro. Su la testa! 

E  nessuna tristezza. Questo è facile: non si può essere tristi a fronte di vite piene, consapevoli e determinate. Morti premature? Tutte. Ma tutte e tutti hanno avuto il tempo di dimostrare cosa valevano. Tanto. 

Gaby. Difficile per me scinderci e parlarvi solo di lei. Vero: simbiotici. Per gli ultimi 29 anni, impossibile che facessimo cose diverse, che avessimo idee diverse: ci si guardava e ci si fasava, e poi si partiva. 

Ma quando quella notte tra il 14 e 15 settembre 88 davanti ai cancelli dell'Ecolinea (una fabbrica di veleni) abbiamo deciso di essere indissolubili, tu Gaby avevi già una storia da fare invidia a chiunque. 

Il tradimento della classe dov'eri nata: l'alta borghesia. La presa di distanza da un futuro tranquillo, agiato, incurante.  Poi la fuggita a gambe levate dalla intellighenzia di sinistra, dagli Antonioni, Calvino, Colombo. E insieme la macchina da scrivere sfasciata ai piedi del barone democratico di turno. Un calcio alla carriera universitaria, perché c'è l'occupazione di Palazzo Campana, la rivolta studentesca, dove hai fatto tutto quello che andava fatto.

Ma c'è altro, molto più interessante. Il potere operaio, i cancelli della Fiat, lo stretto rapporto con le avanguardie di fabbrica, ai quali non facevi i volantini, ma insegnavi a farli perché fossero autonomi. La lotta continua, insieme agli operai, e alle loro famiglie, perché lotta non si poteva fermare ai muri della case private. Ed i momenti epici, quando hai guidato con la tua 500 gialla il corteo in corso Traiano fino a  che non è stato attaccato e sono iniziate le 24 ore di rivolta popolare contro la polizia. 

Sette anni fa nel tuo ultimo intervento pubblico ci hai chiarito che dall'inizio il tuo è stato un percorso di liberazione. Liberando te stessa eri credibile per provare a liberare gli altri, a LIBERARE TUTTI e non solo dalle galere. Liberare corpi e menti dalla omologazione capitalistica, dal pensiero unico. Senza alcuna soggezione, senza timore e tremore, verso nessuno. 

1972 - anno denso - vai a Napoli con una figlia di un anno e l'altra in pancia. Perché hai anche cresciuto due figlie, senza mai mandarle a letto per precauzione, ma dicendo e trasmettendo a loro tutto. Vai nella sede Lc di via Stella, spesso attaccata dai fasci. Bisogna fareMo' che il tempo si avvicina, giornale per organizzare la riscossa del proletariato meridionale. Ci avete provato, sul serio. 

Nel 76 Sofri chiude LC e si fa i capperi suoi. Tu non chiudi niente, e continui a seguire le piccole fabbriche. 

Poi Leini: l'occupazione della Singer, Guerrino Babbini, i picchetti, le lotte con le donne operaie per avere i servizi sociali sul territorio: mensa, asilo, ogni cosa era buona per starci dentro. La Piazzetta giornale locale di controinformazione, collaborando con  un bel gruppo di compagne e compagni. 

Hai un bruttissimo incidente, ma ti salvi. Sedia a rotelle? No grazie, vai in Francia e torni a camminare. Per correre c'è la testa. 

Poi Democrazia Proletaria. Chiusa l'esperienza della Piazzetta cominci a lavorare con Pino Bertolino a Primopiano quindicinale. Giornalismo militante per "guardare dove gli altri non vedono". Su serio. Gli articoli non dovevano solo essere scritti ma letti e agevolmente compresi. Ancora una volta davanti alle fabbriche, a dare voce alle lotte dimenticate o tradite dal sindacato. O a raccontare il malaffare, gli affarismi ripetuti o sorgenti, il degrado ambientale, la Tav. Qui dal 1988 ci sarò anch'io, fino al 94 quando Pino ci abbandona a soli 46 anni. E allora chiudiamo. 

Poi anche Dp non c'è più. E vabbé,  Rifondazione, ce tocca. E la stagione degli autoconvocati. Ma ben presto basta col partito, le lotte interne. Basta con la sinistra sindacale. C'è la lotta sociale, l'autorganizzazione. Ci sono i Cobas da fare. 

Il primo nel posto più impervio, i pulitori dei treni di Porta Nuova. Dove lavorava chi non aveva alternative o era uscito di galera. Mafia imperante e sindacalmente egemone. "Se volete fare il Cobas, i mafiosi fuori!". Li abbiamo fatti fuori. In pochi anni il Cobas è diventato il primo sindacato in azienda, e lo è stato fino allo spezzatino dei contratti e degli appalti. 

Poi l'Alfa di Arese ci chiede: il Cobas a Mirafiori. Due anni di volantini, poi arrivano. Antonio Vincenzo Giuliano Franco Giuseppe Lorenza Simone  Pino Maria Angelo Teresa e tanti altri. Ancora oggi, nonostante Marchionne, il Cobas Mirafiori resiste. 

Poi i tanti altri, altre fabbriche come l'Azimut di Avigliana, all'inizio della valle di Susa dove vive il popolo Notav, e tanti altri settori. A un certo punto ci siamo divisi i compiti, ma non abbiamo mai agito da soli, io e te, c'è sempre stato l'intervento dell'altro che migliorava, rifasava percorso e azione. E quando eravamo incasinati allo spasimo e bisognava fare un po' di più tu te ne uscivi bella bella con quel concetto: ricordiamoci però sempre che il Cobas non siamo noi, a fare la differenza sono loro, quelli che stanno sui posti di lavoro. 

La tua ultima fatica , e soddisfazione: i camionisti. Che una menzognera vulgata voleva individualisti, richiesti sul mercato, appagati economicamente, conniventi. Col cavolo. Sono riusciti a costruire un soggetto collettivo mirabile, e non solo Arcese, ma decine di altre ditte. Il rapporto con loro e con le loro famiglie, la tua specialità. Se devono stare 15-20 giorni sul camion di seguito difficile che la moglie possa lavorare se ci sono figli piccoli. Però può darti una mano a organizzare le vertenze. O semplicemente venire a vedere e capire cosa combiniamo.  Certo, oggi anche qui lo spezzatino, il cabotaggio, gli allontanamenti "incentivati", i licenziamenti di chi ha combattuto senza cedere, lo sfruttamento bestiale dei pochi rimasti. Ma la partita è ancora aperta. 

Non sono sempre state rose e fiori. Ostacoli e bastoni tra le ruote ce ne sono stati, anche da chi non te l'aspettavi. Ma come non ci sono mai state età dell'oro, e come non ci saranno in futuro, così non ci sono e non ci saranno organizzazioni perfette, in cui si possano portare a frutto tutti gli sforzi e tutti gli impegni senza incappare in aporie. E così non riusciremo mai a eliminare il rimpianto per non essere stati più vicini a chi ne aveva bisogno. Ma il ricordo di momenti anche brevi ma pieni di significato ci aiuta e ci aiuterà ad affrontare l'angoscia  del sopravvivere. 

Infine la tua ultima battaglia, quella più dura. Durissima.

Siamo materialisti, razionalisti, antispiritualisti. Sappiamo di essere nient'altro che un prodotto della materia, sappiamo che quando questa viene attaccata, vilipesa, gravemente offesa, si tratti di metastasi o dei postumi di un vecchissimo incidente che oggi ti chiede il conto, non solo il nostro fisico ma anche le nostre capacità, le nostre intelligenze sono messe a dura prova. E possono farci cedere sotto i colpi.

Una battaglia che sapevo - probabilmente, sapevamo - persa in partenza ma che è stata combattuta insieme fino in fondo, come va fatto, sempre. Oggi che siamo all'epilogo, Ciccia,. ti dico e ridico: il vuoto che lasci non può essere una scusa per nessuno. Ma nemmeno per me. 

Cercherò di riprendermi. Lo diranno le prossime settimane. Ma niente mezze misure, o nuovi corsi. 

Le prossime battaglie le affronteremo insieme, come sempre e con lo stile di sempre. Doppia fatica? Pazienza.

Diego