Materiali Convegni CESP "LA SCUOLA SI/CURA"

LA SCUOLA SI/CURA 

Il titolo di questo convegno ci frullava per la testa già da un po’, perché coniuga in maniera intima due ordini di problemi e di esigenze avvertite profondamente da tutti e quindi certamente dal mondo della scuola che della società è il microcosmo rappresentativo: quelli legati alla sicurezza, a loro volta da distinguere in ambientale e personale, e quelli legati al delicato concetto di cura.

Le nostre battaglie in seno ai collegi, ai consigli di istituto, come RSL, come RSU ci hanno visti sempre attenti nel denunciare locali fatiscenti, classi pollaio, ambienti insalubri come anche difendere e sostenere personale della scuola mobbizzato. A questa antica piaga, si è aggiunta nel tempo quella delle sempre più frequenti aggressioni, per lo più verbali ma alle volte anche fisiche, da parte di studenti e genitori nei confronti di collaboratori o docenti. In una società sempre più orientata verso la giustizia fai da te, dette aggressioni risultano sempre meno scandalose e sempre più la prova di una debolezza fisica e morale dell’aggredito. A questa perdita progressiva di autorevolezza della scuola, la politica, che peraltro della scuola è stata uno dei detrattori più accaniti dagli anni Novanta in poi, ha risposto con la sommarietà che contraddistingue gli interventi cialtroni: beffeggiando e denigrando gli operatori da una parte e criminalizzando gli studenti dall’altro. L’incompetenza, la pigrizia, la debolezza degli uni ha come risultato la tracotanza pericolosa degli altri.

In risposta alla denuncia del disagio crescente, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha presentato a settembre la direttiva del Viminale “Scuole Sicure” che contiene misure per prevenire e contrastare lo spaccio di sostanze stupefacenti nei pressi delle scuole. Ciascun comune dovrà inserire le scuole fra i luoghi dove applicare il cosiddetto “daspo urbano” nei confronti degli spacciatori. La direttiva ha inoltre lo scopo di intensificare la collaborazione tra istituzioni scolastiche e amministrazioni locali per prevenire “le più gravi forme di devianza” e rafforzare “attività di controllo del territorio e un’intensificazione dell’attività info-investigativa ai fini della prevenzione dello spaccio di stupefacenti e del relativo consumo davanti alle scuole, con la partecipazione della polizia locale”. La direttiva ha anche l’obiettivo di sensibilizzare i comuni per mettere in atto una riqualificazione delle aree limitrofe alle scuole, che passa anche attraverso l’installazione di impianti di videosorveglianza.

Questa “operazione” dai toni e dai contenuti chiaramente politici, ben lungi dal risolvere la questione, attribuendo a chi non è proprietario della scuola, il Dirigente, pieni poteri e responsabilità, consente a Sindaci, Presidenti di Provincia, Presidenti di Regione e Privati che sono, per legge, i veri “proprietari” degli edifici scolastici e quindi responsabili, in pieno, dal punto di vista civile e penale, di scaricare sulle singole istituzioni scolastiche le responsabilità civili e penali che derivano, per legge, dal potere decisionale e di spesa di altri Soggetti. “Tolleranza zero per chi spaccia droga ai nostri figli" si legge nel post di Salvini, grazie allo stanziamento di denaro pubblico destinato all’ assunzione a tempo determinato di personale delle polizie locali, all’impiego di unità cinofile e addestramento degli operatori, campagne educative e alla realizzazione di impianti di videosorveglianza o localizzazione. Tante le voci che si sono levate contro questa impostazione del problema sicurezza che rimanda ad un’immagine di scuola come luogo pericoloso che necessita di interventi esterni e polizieschi, ma anche qualche plauso nei confronti di un governo che affronta con azioni disciplinari l’emergenza. Controllo del territorio, interdizione dei luoghi pubblici, tra i quali gli ospedali, sono le soluzioni al disagio proposte e messe in atto da questo governo insieme panoptico e miope.

Il decreto “Sicurezza e Immigrazione” poi, leggiamo sempre in un post, individua la pletora di nemici della nostra tranquillità di bravi cittadini:

“Un passo in avanti per rendere l’Italia più sicura. Per combattere con più forza mafiosi e scafisti, per ridurre i costi di un’immigrazione esagerata, per espellere più velocemente delinquenti e finti profughi, per togliere la cittadinanza ai terroristi.”

Una sicurezza figlia dell’insicurezza ma forse, soprattutto, il contrario.

Non mi soffermo ulteriormente sull’ argomento perché l’intento del convegno è quello di andare in un’altra direzione, che davvero scardini il concetto di sicurezza, declinando l’idea di una scuola sicura nella direzione di una scuola che si cura.

La scuola è malata, tutte le sue componenti lo sono, un malessere che ha mille epifenomeni che però sono appunto epifenomeni. Ricercare le cause e approntare cure è il compito che ci tocca come animali politici che vivono in comunità, allevano i loro piccoli e producono ossitocina quando entrano in relazione tra loro.

L’accelerazione dei processi è un dato di fatto destabilizzante: fenomeni migratori, produzione e consumi, inquinamento, questioni di genere hanno determinato impatti su quelle che consideriamo strutture (culturali, produttive, ambientali) i cui effetti sono talmente sconvolgenti da scatenare reazioni di avversione, panico, disinteresse, aggressività, dolore così diffusi da essere diventati cronici. Il sentire comune inclina verso il catastrofismo, la previsione di una rottura degli equilibri dagli effetti mostruosi e imprevedibili.

Se invece che in termini di struttura provassimo a ragionare in termini di dispositivi, e piuttosto che di resilienza parlassimo di contro pratiche? L’adeguatezza di tali concetti alle coordinate dell’oggi è indicata dalla loro valorizzazione della dimensione relazionale a scapito di ogni teoria del soggetto assoluto nonché dall’accezione più attiva che li emancipa da un   orizzonte ‘difensivo’.

Ragionare in termini di struttura infatti ci induce a credere che solo la resistenza sia possibile, un atteggiamento insieme reattivo e riaffermativo della nostra visione del mondo, e ci incoraggia a ricercare antichi luoghi collettivi di reazione ritenuti in grado di danneggiare detta struttura (scioperi, manifestazioni, eventi pubblici). Quando poi però il risultato di un’azione collettiva si impantana nella dimenticanza o viene ammortizzata dalla forza riparatrice della struttura, subentra il senso di frustrazione e di scoraggiamento che ci fa rifugiare nel nostro privato, dal quale sporgerci verso l’esterno di tanto in tanto per accordare   solidarietà a qualche causa grazie a petizioni online, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, si scatena la rabbia incontenibile che alimenta atteggiamenti di sopraffazione, discorsi d’odio e di paura. Stiamo assistendo ad una polarizzazione del dissenso che di fatto lo neutralizza o peggio lo ritorce contro se stesso, è ciò che accade quando, per citare Pasolini, una subcultura della collera assorbe la cultura dell’opposizione. Ci troviamo di fronte all’impossibilità da parte delle resistenze di porsi fuori dal potere. La trappola tanto bene descritta da Foucault e strumentalmente utilizzata dei neutralizzatori delle rivendicazioni degli oppressi quando affermano che non si sfugge al potere e che il soggetto di tali rivendicazioni sia in realtà attaccato appassionatamente alla propria sottomissione.  

Noi però qui vogliamo parlare di pratiche di libertà ed è per questo che la parola resilienza non ci convince, preferiamo parlare di contro effettuare: di fronte al potere possiamo sempre essere certi che vi saranno delle resistenze, non altrettanto delle pratiche di libertà. Le pratiche di libertà sono però difficili da dire e da insegnare, sfuggono ad ogni concettualizzazione, si effettuano laddove i giochi di potere restano aperti, non cristallizzati in stati di dominio, in cui, nel rapporto, lo squilibrio diventa insormontabile, ricadendo nel puro assoggettamento. Per esercitare la libertà bisogna averne cura, aver cura della libertà significa custodire al massimo l’apertura del possibile, tenendo aperte le porte all’ evento, e intervenendo sulle condizioni di possibilità del suo accadere.  L’opposizione non deve semplicemente contrapporsi al potere in modo frontale, quanto piuttosto assumere l’aspetto dell’alternativa costruttiva. Si nega, si resiste, ci si libera, non in maniera fine a se stessa ma in nome di un progetto alternativo.

Quello che le generazioni che si incontrano a scuola, almeno tre, stanno vivendo è un malessere tossico, il comune denominatore è che a scuola non ci vuole andare più nessuno, le definizioni tradizionali non definiscono, i confini sono incerti. Forse è una grande opportunità. Come diceva la generazione degli anni 70 sono le parole che creano le cose e non viceversa, forse è tempo di sfuggire alla definizione, a quella di educatore, per esempio, a favore di mentore anti- educativo, capace cioè di decostruire abitudini, abbattere stereotipi, con la consapevolezza che il compito non è mai finito, che il dispositivo si approprierà della rivoluzione e che occorrerà farne un’altra.

Come nel caso dell’universo LGBT, abbiamo finalmente una parola nuova per dirlo, così che qualcuno che non si riconosceva in nessuna delle vecchie categorie può ora occupare un posto ma ecco che l’industria farmacologica, per dirne una, si accorge del business, e normalizza la trasgressione.

Riconoscere l’origine politica del malessere è un inizio, non soccombere a profezie che poi si autoavverano, essere vigili e insegnare agli alunni ad esserlo. Scuotersi e scuotere dal torpore, guardare e far guardare il mondo con sguardo critico, rendersi e rendere consapevoli che non ci sono mai alternative preconfezionate, che le pratiche di libertà sono pratiche di vita che nessuno può fare al posto tuo.

La cura risulta così essere il contro dispositivo, la pratica specifica della relazione con sé e con gli altri. Il luogo in cui dimorano le cose che veramente contano nella vita delle persone non è infatti né soggettivo né oggettivo: è nell’in-fra, in ciò che non è né mio né tuo, né interno né esterno, per definizione non controllabile.

Concludo con Hartmut Rosa, il sociologo dell’accelerazione sociale, che afferma che l’essere umano è un essere per natura risonante. La risonanza è, cioè, la «relazione primaria col mondo» degli umani, dotata di forza trasformatrice. I soggetti non sono mai gli stessi dopo un’esperienza di risonanza. Se entrare in risonanza con il mondo significa sentirsi a casa in esso, questo prendere dimora non è mai da intendersi come un approdo sicuro. Va visto, piuttosto, come un modo diverso di abitare il reale: fiducioso, ricettivo, non utilitaristico, ma non per questo meno titubante, modulato, intermittente.